
La scorsa settimana sono entrato in libreria. Ero assetato. È un momento strano della mia vita. Ho sete di carta.
Sullo scaffale denominato "piccoli editori", gioiosamente disordinato quasi si trattasse di un asilo nel pieno delle attività ricreative, ho visto due libri editi da Sironi Editore.
Uno era "Infanzia Dea" già apprezzato (ne scrissi in questo post).
L’altro era "Mio marito Francesca" di Paolo Nelli.
Lo soppeso fra le mani. Il titolo attira la mia curiosità. Osservo la copertina. La copertina di un libro è importante, importantissima, a mio parere. Essa esprime il parere dell’editore sul contenuto. Ogni lettore ha le proprie fissazioni, io ho le mie. E una di queste è l’affermare l’importanza della copertina. La copertina la dice lunga.
In questo caso un uomo e una donna ritratti vicini vicini con una maschera di carnevale sui volti. L’uomo la maschera di Minnie. La donna la maschera di Topolino (coi baffi). Per un momento sorrido. Ma una certa inquietudine mi assale. Leggo la quarta di copertina. Trovo solo poche righe tratte dal libro che dovrebbero incuriosirmi. Leggo anche i risvolti delle copertine, ma non mi fido mai molto in questi casi.
"Mio marito Francesca" è pubblicato nella collana "indicativo presente" curata da Giulio Mozzi. Guardo il prezzo: 13 Euro. Lo confronto con la mia fiducia nel curatore della collana. Penso un po’, poi lo prendo.
Ora l’ho finito e, sono sincero, sono ben contento e soddisfatto.
Anche un po’ inquieto. Mi sono ritrovato in alcuni atteggiamenti presenti nei tre racconti, in alcune sfumature dei personaggi, e da qualche parte, tra le righe, ho trovato anche mia moglie e un paio di conoscenti.
Nel risvolto della copertina si pone l’accento sull’umorismo. Io non l’ho trovato. Non l’ho avvertito. Si pone anche l’accento sulla possibilità per il elttore di spaventarsi. Ecco, io mi sono spaventato.
A casa, quando ho iniziato a leggere, per quanto mi accada raramente, sentivo in me una sorta di indifferenza. Non saprei specificarla con esattezza. Dapprima mi sembrava la manifestazione di una sorta d’antipatia nei confronti dell’autore. A volte capita di leggere un nome e di sentirlo ronzare nella mente antipatico. Poi, dimenticando l’immagine di copertina, la tentazione di rimandare la lettura è scemata poco a poco. L’indifferenza si è trasformata nella consapevolezza che ogni frase ossessivamente di seguito una accanto all’altra rappresentava una catena. Una catena che mi ha legato stretto a leggere e a vivere.
Mi sbaglio. Non ho letto quel libro. Forse solo le prime pagine. Poi l’ho ascoltato. I miei occhi correvano rapidi, mentre io ascoltavo il personaggio narrare. Seduto in cucina o spaparanzato sul divano. Persino a letto, sempre inquieto e attento, ascoltavo.
Sono pochi i libri capaci di raccontare con voce propria.
Nella copertina si usa il termine "surreale" nel tessere le lodi del libro. Una scelta dovuta, forse, per preparare il lettore. A volte è surreale davvero una pagina di uno dei racconti. Ascoltando non mi è sembrato poi così presente l’aspetto surreale. Forse vivo in una realtà surreale e quando la vivo in un libro non riesco a considerarla tale: anormale.
Tre racconti superbi. Sono in presa diretta, quasi lo sbobinarsi di una intervista radiofonica e in bianco e nero, ma attualissimi, ambientati nel nostro millennio. Forse vissuti poco prima.
Sull’amore. Sulla coppia. Soprattutto sulla vita che li circonda, azzanna o coccola.
Sono complessi. Non ostici. Presentano una intensità celata ad uno sguardo troppo attento nella lettura. Sono conversazioni: quasi mi veniva l’istinto di interrompere per fare una domanda o chiedere se disturbava il mio fumarmi una sigaretta. Percepirne i particolari procedendo nel racconto non mi sembrava semplice. Eppure, ora, per qualche giorno ancora, forse, li avverto e hanno costruito tre storie dentro di me.
L’inquietitudine è uno strascico della paura. La vita di coppia è inquietante se la si lascia scorrere via senza darle ogni giorno un significato insieme al proprio amore, inteso qust’ultimo sia come sentimento e sia come l’altra persona. Scritta così, da me, un lunedì mattina, è di una banalità immensa. Ma nel libro c’è molto altro, perché forse non é presente davvero quel che mi ha spaventato, e mi sembra, fortunatamente, narrato infinitamente meglio di quel che oggi ho scribacchiato.