21 novembre 2004
Cuore di cuoio

Non sono un appassionato di calcio. Ho comprato e poi letto "Cuore di Cuoio" di Cosimo Argentina solo perché l’ho trovato per caso scandagliando la scaffalatura dedicata ai piccoli editori dalla libreria Civetta di Pavia, solo perché è parte della collana indicativo presente curata da Giulio Mozzi per Sironi Editore e solo perché non posso vivere di pregiudizi e schivare per partito preso un quarantenne di Taranto se non è alla guida di un’auto.
Ho fatto bene. Certo alcune espressioni dialettali che può usare un ragazzo alla fine degli Settanta in quella città non le comprendo alla prima lettura. Poi, con un minimo di arguzia, mi sembrano quasi tutte comprensibili.
Si racconta un pezzo di vita di un ragazzo che vive esperienze e ambienti a me sconosciuti sia ora e sia quando ero ragazzo. È parte di quei ragazzi che giocano per strada come era buonanima di mio padre nel dopoguerra. La strada a me era proibita e mi era descritta da mia madre come covo di infanzie perdute e drogati in erba a distanza di trent’anni. Considerata la strada da mia madre pericolosa in quanto tale, il mio campo giochi durante l’inverno era la scuola, un parco sotto stretta sorveglianza o una casa (a volte la mia e a volte quella degli amici). Mio padre mi raccontava che andava a caccia di bombe inesplose e io restavo affascinato. Mai capito allora perché fossero meno pericolose ai suoi tempi le strade.
I miei genitori non alzarono mai le mani con me e cercarono di educarmi col dialogo. Il ragazzo della storia viene educato a silenzio e pugni.
Eppure alla fine del libro mi ritrovo molto attenuata la prima sensazione nata all’inizio della lettura, quella di assistere a una storia degradata e triste provando una profonda pena per questo ragazzo abbandonato in una orrenda situazione sociale e familiare. Seppur così diverso, e per certi aspetti incivile, il ragazzo riesce a mantenersi fuori dal contesto, a mantenere viva la speranza nel lettore di poter diventare comunque una brava e sana persona una volta adulto.
Seguire il protagonista insieme ai compari, vicino alla fidanzatina o alle prese con i genitori è stato per me un viaggio duro e al tempo stesso divertente. La rappresentazione in presa diretta di un mondo lontano dalle mie esperienze (mi ripeto) nel quale tutto sommato sono riuscito a ritrovarmi. In fondo io e quel Camillo prendiamo una gran brutta mazzata più o meno alla stessa età. Mazzata che cambia la prospettiva del futuro e stravolge un tantino le regole sulle quali basavamo la nostra percezione della nostra esistenza in mezzo agli altri. Mazzata secca, dura e bisognosa di cure a attenzioni per gli anni a venire, a un’età in cui tutto è possibile e l’uomo a venire ha ancora tante possibilità di perdersi.
Il pallone. Filo conduttore del romanzo è il pallone. Il calcio è tutto e il pallone è un caro amico nel bene e nel male. Però si tratta di un filo leggero, sempre sospeso e teso. Il romanzo mi ricorda una partita qualsiasi finita in pareggio sul due a due con le tifoserie relativamente soddisfatte del risultato e esaltate dallo spettacolo di due splendidi tempi.
Io allo stadio sono andato una volta sola per vedere una partita di calcio. Questo libro mi ha messo, anche se solo per pochi istanti, proprio voglia di giocare un partita: da bambino ero un pessimo e lento difensore scalciante. Camillo era infinitamente più bravo di me.
Ammirevole ritratto.
La copertina del libro descrive quel che contiene. Non è detto sia uguale a quel che ho malamente descritto, o che sia solo quel che ho descritto.
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untitled io. …Non vorrei in futuro essere ritenuto responsabile di un acquisto azzardato :)
di gattostanco — 23 novembre 2004 10:24
E anzi è pure piena di refusi.
E anzi non è una recensione.
Non ho mai voluto scrivere recensioni, ma pareri volanti.
Eppoi il Genoa è seconda in classifica ;) -
bella bella recensione, fa venir voglia, grazie :)
di untitled io — 23 novembre 2004 08:34
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