21 novembre 2004

Mattino pisano

Categoria: Quotidianità  di gattostanco @ 11:25

Arriviamo a Pisa verso sera. Io col valigino talmente gonfio da sembrare quasi sferico e mia moglie con lo zainetto altrettanto pesantissimo che sembra una BigBabol al gusto treno e sul punto di scoppiare.
Davanti alla stazione c’è la classica cartina a disposizione dei turisti ferroviari. Accendendomi finalmente una sigaretta onesta (le due precedenti me le sono dovute andate a fumare illegalmente nel gabinetto, anzi oserei proprio scrivere: nel cesso, del vecchio bidone di InterCity che pur essendo in orario, produceva odiosi cigolii) mi avvicino e mostro a mia moglie il percorso dalla stazione fino all’albergo: lunghetto.
Tentenna un secondo, poi acconsente a utilizzare un taxi.
Finisco la mia siga e poi ci avviciniamo al primo della fila. La sera è fresca, ma credo sempre qualche grado sopra la media. Il tassista è seduto e fissa nel vuoto, dall’esterno attiro la sua attenzione muovendo una mano, quello mi guarda come a chiedersi cosa voglia e allora gli mostro il valigino, quello allora sbuffa e scende e apre il portellone e aspetta muto. Siamo stanchi, se quello saluta no nemmeno noi salutiamo.
Saliamo, io pomposo chiedo ci porti al ***** Hotel e mia moglie rovina tutto scandendo ben due volte l’indirizzo.
In silenzio ci guardiamo intorno durante il tragitto. Arrivati finalmente il tassista pronuncia parola, il prezzo 5,88 euro della corsa e senza voltarsi allunga una mano verso i sedili posteriori. Paghiamo precisi precisi con delle monete e scendiamo. Quello rimane un secondo seduto a sistemarsi il borsellino, poi scende per aprire il portellone. Mi sarei fatto portar via il bagaglio piuttosto che aprirlo da solo. Non salutiamo e quello neppure.
Ridiamo pensando all’accoglienza ben cupa della città. Entriamo in albergo: prenotazione e documenti. Tutti gentili e cortesissimi. Nonostante le quattro stelle il valigino e lo zainetto me li devo camallare io verso uno degli ascensori.
La camera è spaziosa e confortevole: lettone, comodini, poltronissima, tavolino, scrittoio, letto supplementare, posavaligia, ampio armadio a muro, frigobar e televisore. Anche il bagno è cornfortevolmente spazioso, peccato una bottiglietta di plastica non nostra nel cestino: mia moglie disinfetta il water col disinfettante per sicurezza visto che apparentemente il bagno non è stato pulito dopo che i precedenti occupanti hanno lasciato la stanza. Manca il telecomando, la porta del bagno non ha una chiave e la maniglia sembra stia quasi per staccarsi e la porta gratta sul pavimento e dal televisore pendono i cavi dell’antenna e della corrente in bella vista. Beh, nel complesso poteva andare peggio e ridacchiamo come bambini scemi invece di scendere irati a lamentarci.
Abbiamo l’impressione di un vecchio nobile un po’ decaduto seppur dignitosissimo e ne abbiamo compassione.
Usciamo a fare un giretto a piedi. A pochi passi c’è la Piazza dei Miracoli. Sono le sette di una sera novembrina. Siamo stanchi del viaggio e pensiamo già al domani. Restiamo ugualmente affascinati.
Non ricordo d’aver mai visitato un luogo di tale bellezza in un orario non turistico. Una Punto dei Carabinieri è ferma a fare una guardia sommessa. Ci guardiamo intorno, camminiamo verso la Torre e il Duomo. Stiamo vicini vicini e ci teniamo per mano. Poche altre persone in lontananza nel vuoto della piazza e del prato. Ci fermiamo e guardiamo la Torre. Mia moglie pronuncia le parole che diventeranno il mio tormentone per i prossimi giorni:
- Déh! …Pende davvero!
Ridiamo come due ragazzini delle medie in gita scolastica. Due particolarmente somarelli e forse un poco isterici.
Camminiamo e ci guardiamo attorno quasi inebetiti dal luogo. È buio da un pezzo e l’illuminazione dei monumenti sembra ideale e accentua la nostra sensazione che la piazza sia tutta nostra. Boh, è difficile rendere in due parole le nostre sensazioni di sentirsi soli in uno dei luoghi più belli d’Italia.
Girovaghiamo lenti e ci cerchiamo un posto dove cenare finendo in un pizzeria nei paraggi senza lode e senza infamia.
Dopo la città sembra proprio spenta da quelle parti. Siamo fuori stagione e tutto è chiuso, ben poca gente in giro e così passeggiamo al fresco leggendo i nomi dei dipartimenti universitari che si affacciano sulla via.
Torniamo in albergo, ci ripuliamo della giornata e ci dividiamo. A letto mia moglie s’addormenta quasi subito. Sono da poco passate le nove di sera. Io giro la poltrona verso il televisore e mi guardo su Sky il primo film dell’Uomo Ragno. Ogni tanto mi alzo per aggiustare il volume e fare un giro sugli altri canali. Il film è noioso, lento e l’andatura fra i palazzi del supereroe sembra maldestra quanto il volo di Ralph Supermaxieroe. L’Uomo Ragno dei fumetti o dei cartoni era, per così dire, elegante e ironico, questo che vedo in tv mi sembra un tantino ridicolo.
Colpa mia che in treno ho finito il libro che mi ero portato e ora sono senza lettura.

La mattina ci sveglia una baraonda di vociare straniero un po’ prima delle sette. A colazione la sala è disseminata di tavoli usati e abbandonati ed io non riesco a trovare un coltello con un seghetto decente per aprirmi la briosc e spalmare la marmellata. Nella hall dell’hotel troviamo un assembramento di cinesi (da quel che capiamo dal loro perfetto inglese) tutti uomini e tutti sorridenti.
In piazza Dante lascio mia moglie libera di occuparsi del motivo che ci ha spinto in questi lidi.
Sono accanto a Palazzo Matteucci. Prendo da una tasca la stampa dei suggerimenti di Chiara e mi guardo in giro identificando subito il baretto suggeritomi per la colazione di mezzo mattino. Poi inizio il percorso dal punto in cui sono. La mattinata, sono circa le otto e mezza, si preannuncia splendida. Il sole illumina a festa e io mi sento sorridente. Attraverso la lunga piazza pedonale con delle oasi di sterrato circondate da panchine di marmo a semicerchio e arrivo accanto a Giurisprudenza. Gironzolo e poi scendo verso l’Arno. Dall’altra parte giungono ondate di pedoni che sgambettano rapide. Attraverso il ponte guardandomi in giro. Lo spettacolo offerto dalla fila dei palazzetti sul lungarno dal quale provengo resa calda dal sole è molto bello. Mi sento un pochino in colpa: la gente corre veloce, mentre io non ho un posto dove andare. Non oso andare controcorrente e svicolo dal fiume della gente per seguire il fiume vero (questo ingenuo ‘paragone’ mi è venuto così sul momento e l’ho trascritto, anche se non avrei dovuto). Proseguo guardando dall’altra parte la via in pieno sole. Un palazzo rossiccio e scuro mi sembra storto. Penso sia l’atomosfera pisana a rendere tutto un po’ storto.
Giungo alla chiesetta (o quel cheè) accanto all’Arno. È una gemma nel traffico e nell’indifferenza. La osservo e mi sento estraneo sia alla vita che le scorre intorno e sia ai suoi significati, ma mi sento bene. È bellissima e non saprei dire altro di spontaneo. Non conosco la storia o l’arte che rappresenta, ma non importa.
Un altro ponte accanto mi riporta dall’altra parte. A metà mi fermo per guardarmi ancora in giro, mentre le persone scivolavano via.
Risalgo le vie seguendo le indicazioni per il Duomo. Mi mette agitazione quell’andirivieni mattutino e ho voglia di vedere la piazza col sole.
Lo spettacolo è immenso. Dal basso della mia ignoranza storico artistica mi godo il paesaggio. Dalla parte del Campo Santo sul muro che cinge quel lato della piazza un vecchio cartello vieta di giocare a pallone, seduto sul bordo del Battistero un ragazzo legge un giornale e sul retro del Duomo un piccolo cartello vieta di scrivere sui monumenti e ammonisce i trasgressori a norma di legge.
Su di un lato la piazza offre una lunghissima fila di bancarelle autorizzate di souvenir e chincaglierie per turisti. Finita la mia voglia di arte, mi accorgo dei turisti.
Resto un’ora buona a osservare gli orientali. I turisti sono quasi tutti orientali con macchine fotografiche e tutto il classico armamentario tecnologico e pittoresco proprio dello stereotipo del giapponese in vacanza. Non credo siano tutti giapponesi, però.
Mi posiziono davanti all’ingresso di una banca che si affaccia tra una bancarella e l’altra. I gruppi si distendono sulla via sotto lo sguardo attento di un’auto dell’Ope (l’opera che sovrintende alla piazza) che continua a fare avanti e indietro. Resto sbigottito. Quasi tutti si fanno ritrarre in una posa strana con le braccia alzate come a raffigurarsi a sostenere la Torre. I più arditi, solo alcuni e giovani, invece si fanno ritrarre come a spingerla. Decine di persone si sono alternate in questo susseguirsi di foto in posa. Seppur mi sembri un’idea balorda e irrispettosa, mi diverto a vedere queste scenette di allegria serena e giocosa. E forse il gioco non è detto sia senza rispetto. Mi perdo a immaginare decine di album fotografici o di cd con la stessa immagine.
Pochi dei gruppi asiatici si addentrano nella piazza a dare un’occhiata più da vicino. Mi sembra strano, e forse anche stupido. Forse non hanno il tempo.
Mi sono stancato di stare fermo in piedi. Voglio riprendere il percorso di Chiara. Controllo la cartina e dopo poco mi ritrovo nella piazza dove impera la Normale. Resto un minutino in meditazione. Non c’è nulla di sacro, ma rappresenta uno dei centri di aggregazione nazionali del sapere e della ricerca. Mi sembra giusto dedicare qualche mio pensiero sperando che da queste parti siano uscite più cose buone che cattive. Mi distraggo però vedendo un tipo con la faccia sconvolta salire lesto le scale della scuola tendendo in mano un disordinato pacco di fogli. Mi chiedo quali colpi di genio possano mai contenere e sono felice nel convincermi d’aver visto forse una delle migliori menti del Paese. Ridacchiando ebete giro a destra e passo davanti al monumento a un matematico. Dall’altra parte della stradina due tizi stanno approntando una bancarellina volante svuotando un apecar cinquantino.
La mattina rimane calda e io mi ritrovo nuovamente in piazza Dante. Vado a sbirciare il baretto, ma è pieno dentro e fuori.
Già: fuori. Siamo a metà novembre e quasi tutti i bar o pizzerie hanno i tavoli esterni e ne ho incontrati solo un paio verandati e con le stufe tipiche di altre regioni. Mi siedo su di una delle grandi panchine semicircolari davanti a una banca per osservare meglio. La decina di tavoli è stracolma di gente. Le persone entrano a prendersi le consumazioni e quasi tutti riportano dentro i vuoti. Dopo un quarto d’ora vedo finalmente il marcantonio (così l’ha descritto per aiutarmi a riconoscere il baretto) proprietario. Si muove svelto fra i tavoli e poi scompare dentro. E la gente beata al sole chiusa nei giacconi a fare colazione all’aperto. A me sembrano tutti un po’ abbertucciati pensando che la panchina, per quanto gelida, sia equiparabile allo stare seduti fuori. Guardo meglio. L’età media credo sia abbastanza lontana dalla mia. E in fondo ricordo il mio giovane inverno in cui girai sempre con una camicia di flanella al posto del giaccone.
Ho fame e le chiappe gelate, mi alzo finalmente. Vado in borgo (credo si dica così) e trovo il mercatino e le viuzze. Poi mi ritrovo sotto dei portici arricchiti da negozi. Vado avanti e indietro, passo davanti alla pasticceria Salza e poi m’incanto davanti ad una vetrina piena di giocattoli.
Entro in una libreria con un’ampia sezione dedicata a libri a metà prezzo. Ho tempo da far passare e così passo in rassegna gli scaffali e le pile di libri con calma. Dopo un bel po’ me ne esco con i "Sessanta racconti" di Dino Buzzati freschi di ristampa Mondadori e a prezzo pieno, ma contenuto.
Girando un po’ a caso mi reindirizzo verso piazza Dante. Ascoltando mezze frasi dei giovani passanti vengo a sapere di un allarme bomba a Giurisprudenza. Arrivo da una stradina laterale quasi davanti alla facoltà e mi ritrovo una pattuglia dei Carabinieri con i lampeggiati accesi e una marea studentesca con la faccia un po’ così di chi non ha idea di dove andare. Mi dileguo nella piazza: sono a Pisa come accompagnatore e non vorrei ritrovarmi in questura a dover dare spiegazioni. In fondo ho un paio di jeans, le scarpe da ginnastica e un orrendo maglione azzurrino (regalo della suocera) e non sembro proprio uno sceso al ***** Hotel.
Ritorno a sedermi sulla panchina affianco al Matteucci. Il sole scende e ho freschino, ma inizio l’attesa della mia amata gattoconsorte. Un po’ prima di mezzogiorno le due grandi panchine si animano di studenti affamati. Anch’io ho fame e mi ricordo di non aver fatto la colazione di metà mattina.
I ragazzi entrano in un negozio di alimentari sull’angolo di un palazzo e ne escono con un piccola borsina trasparente con uno o due panini e una lattina o una bottiglietta. Poi vengono a stuzzicare il mio appetito al freschino sulla panchina gelida.
Ogni tanto passa un marocchino e uno di loro mi chiama persino pofesoe e mi chiede se aspetto la moglie notando la mia fede. È il più anziano, per così dire, e quello con maggiore esperienza per attaccare bottone. Lo prego d’andarsene a offrire le sue mercanzie a altrove.
Leggo e mi guardo intorno. Sono stanco e non ho voglia di camminare. Me ne resto a vedere cambiare le persone sedute sulle panchine. Tranne un ragazzo che dimentica la propria lattina, tutti gli studenti lasciano in ordine le panchine. Una buona media, mi pare.
Quando sono in procinto di abbandonare l’attesa per andare a mangiare anch’io qualcosa da qualche parte, vedo arrivare mia moglie.
Vuole camminare e raccontarmi come è andata la sua mattina. È in uno stato di sovralimentazione cerebrale e acconsento senza fiatare. Camminiamo piano lungo la piazza. Intanto mi racconta e spiega e gesticola e io non capisco neppure la metà di quel che dice, ma al momento non è importante che io capisca, devo solo ascoltare. In fondo alla piazza cambia idea e vuole fermarsi e sedersi e mangiare qualcosa.
Entro nel primo localino a portata di gamba. Una piccola pizzeria tavola calda o quel che è. Un pizzaiolo coi baffi e un’espressione esausta si avvicina al tavolino al quale ci siamo seduti. Borbotta qualcosa d’incomprensibile serio. Ordiniamo sperando che la sua impassibilità sia sintomo d’attenzione a quel che gli stiamo dicendo. Poi lo aggiungiamo alla lista dei pisani silenziosi come il tassista del giorno prima. Forse da queste parti sono talmente abituati ad avere sempre visi nuovi da guardare che reputano anche il banale e chiaro buongiorno buonasera un accessorio opzionale al servizio offerto. In compenso il servizio è rapido e accettabile.
Torniamo in albergo quando sono le tre del pomeriggio. Ci infiliamo sotto le coperte e dormiamo un paio d’ore.

Nel tardo pomeriggio:

- Nonostante un portone aperto, mia moglie è stata respinta all’ingresso del Duomo. Inviperita non accetta il fatto che alcune chiese siano prima di tutto monumenti e solo poi anche luoghi di culto. Riesce ad andare a dire una preghiera in una chiesetta in una piazzetta. All’ingresso un barbone (barba folta e bianca) attacca discorso con me che aspetto fuori fumando una sigaretta.
- Cioccolata con panna e bignolini (minipasticcini) in gran quantità da Salza. La saletta interna è caldissima e solo il servizio al tavolo costa una cifra. Ma la bontà è immensa e restiamo estasiati. Mia moglie è contenta e questo è un successo.
- La mattina seguente sediamo all’interno del baretto del cortese marcantonio. Musica operistica, apparentemente, in sottofondo. Apprezzo il fatto che sia ancora tollerato il fumare. Buoni i cappuccini. Lo osservo e ho una sensazione strana: venendo a Pisa ero curioso di vedere la Torre e lui. Vorrei dirglielo, ma poi penso non capirebbe preso com’è dietro al bancone.

Ah… dimenticavo…

Beppe mi chiese d’andare a vedere un murale di Haring dipinto in città…
Il giorno dopo abbiamo un’oretta prima che il treno arrivi (con quasi mezz’ora di ritardo, scopriremo dopo e con la coincidenza saltata a Genova, ma era ovviamente previsto che il treno sarebbe stato in ritardo.).
Nonostante uno sbuffo sofferente della moglie e il peso del valigino, tiro fuori le indicazioni reperite in rete. Il murale è vicino alla stazione, o poco distante dipende dai punti di vista e dalla stanchezza.
La prima cosa che attira il mio pensiero è la presenza dell’opera in mezzo alla strada, per così dire, con le macchine che passano accanto e i motorini che svicolano e la gente che rada passa. Poso il valigino a terra e alzo la testa. Un intero fianco di una palazzina è "dipinto". Non sono un estimatore dell’artista e nemmeno me ne capisco di arte. Sembrerà sciocco, ma mi sento come davanti a un enorme cartellone pubblicitario, tipo quelli illegali lungo le autostrade e agganciati a una cascina. Eppure c’è un qualcosa che riesce a agganciare me. Mia moglie è stanca e ha altro per la testa, mentre io (forse responsabilizzato dalla precisa richiesta) mi lascio prendere dalla grandezza delle forme e dalla loro semplicità. Non è che l’opera mi piaccia, però mi piace guardarla. …Quando inizio a vedere le figure muoversi penso sia giunto il momento di andare in stazione per aspettare il treno. E tutto il mondo è un poco più piccolo e più colorato, se non proprio allegro (almeno fino all’arrivo in strazione).

8 Commenti
  1. Leggo solo ora. Grazie per “essere stato i miei occhi”! Eccellente descrizione, un abbraccio, Beppe

    di beppegi — 30 novembre 2004 15:52


  2. Cat :)

    Storiedime, mi sembrava doveroso e divertente riferire quel che ho fatto e visto (almeno in parte) durante quella mattina dopo aver chiesto pubblicamente suggerimenti sul blog.
    Non si tratta di pazienza, infatti non sono andato oltre :D ma di divertimento. E di tempo per poterlo fare.

    di gattostanco — 23 novembre 2004 10:28


  3. Gatto, ammappa che livello di dettaglio ! Complimenti per la pazienza… Se io lo facessi per ogni trasferta che vivo avrei il blog più pieno della blogosfera !

    di Storiedime — 22 novembre 2004 11:35


  4. Sorry gatto, non era mia intenzione prenderti in contropiede…non mi aspettavo un saluto così bello e sentito…grazie mille mille mille :) :***

    di Cat — 21 novembre 2004 19:50


  5. Matteo, la nostra “gita” sembra anche a noi sia riuscita (incrociando le dita, ovviamente).

    di gattostanco — 21 novembre 2004 18:21


  6. Cat, volevo posticipare lo scriverlo. E’ un post scritto in fretta e furia e ho tralasciato tante e troppe cose purtroppo.

    Era la prima sera in piazza dei Miracoli e si camminava davanti alla fila delle bancarelle chiuse. Tanto per riprendere il dialogo dopo che io e mia moglie ci eravamo persi nei nostri pensieri, ho tirato fuori dal giaccone gli appunti che mi ero stampato. Tutti i commenti relativi ai due post propedeutici alla mia permanenza mattutina.
    Non vedevo che poco e niente, ma tant’è mi piaceva scartabellare davanti a mia moglie i suggerimenti e i consigli ricevuti dai blogger.
    Me n’ero dimenticato, ma in quel momento mi è caduto l’occhio sulla tua richiesta. Allora a mia moglie la faccio presente. E insieme commentiamo che simili luoghi restano nella mente e, chissà, anche nel cuore. Sinceramente abbiamo ipotizzato tuoi vecchi amori o una splendida giornata di vacanza passata con qualcuno a te comunque molto caro. Oh, poi c’è gente che viene a Pisa per farsi operare, ma ci sembrava poco romantico in una sera di fine novembre passeggiando da quelle parti.

    E allora l’abbiamo salutata insieme. Abbiamo salutato Pisa anche per te, e in quel momento solo per te: da parte tua.
    …Ecco…
    Scrivere che te l’avevamo salutata nel post in poche parole mi è sembrato di non rendere giustizia al piccolo avvenimento. E scrivere la realtà, beh mi sembrava di renderla inverosimile e troppo mielosa. Volevo pensare a come trascriverla e mi hai colto in contropiede col tuo commento.

    Stai tranquilla. L’abbiamo salutata da parte tua nel migliore dei modi, almeno lo spero. Di più non avrei saputo fare. (e immielosita la gattoconsorte ha suggellato il tutto dandomi persino un bacio naso freddo contro naso freddo :D) )

    di gattostanco — 21 novembre 2004 18:18


  7. Spero che ti sia ricordato il salutino da parte mia… ;)
    Cmq bella gitarella gatto :)

    di Cat — 21 novembre 2004 17:58


  8. Mi sembra che la vostra gita a Pisa sia perfettamente riuscita. Ti segnalo, perché la cosa rende più significativo il murale di Haring, che il “fianco della palazzina” è in realtà il fianco di un convento, annesso alla vicina Chiesa di Sant’Antonio. L’anno scorso è uscito anche un bel libro fotografico (www.edizioniets.com) che racconta la genesi dell’opera.
    Saluti
    Matteo

    di Matteo pisano (d'adozione) — 21 novembre 2004 17:33


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