28 gennaio 2005

Pillole di cucina emiliana (di Omar)

Categoria: Cucina di gattostanco @ 20:04

Sono quotidianamente sorpreso dalla qualità sublime dei commenti che attira questo mio blog:

Caro gattone a proposito di spirito emiliano a tavola posso accomodarmi nel tuo salotto marrone e forumizzare un poco?
Grazie, andrò dunque a proporre un poco di spirito da tavola, precisando che non ho alcuna intenzione di propormi come gastrono ed enologo (non me ne voglia il succitato Roberto Valentini, appassionato di vini e della buona tavola) ma unicamente di proporre ciò che mi piace.

Pranzo parentale dalla zia
Antipasti: Cubetti di mortadella Montorsi, Scaglie di Parmigiano e aceto balsamico dello zio.
Primi: Tortellini in brodo (per i piccoli e gli eretici ci sono anche alla panna, ma pochi..), Rosette con il prosciutto cotto (sempre Montorsi of course che la zia lavorava lì..) e l’Emmental.
Secondi: Lesso (sempre da accompagnarsi con l’aceto dello zio), Cotechino (oppure il Cappello del prete) con il purè o i fagioloni bianchi.
Vino: Lambrusco di Sorbara “Vecchia Modena” delle cantine Cavicchioli.
Dolci: Torta di pane noci e cioccolata di mia cugina
Vino: Malvasia della cantina sociale di Arceto.
Caffe e nocino

Cena per gli amici a casa mia
Affettati: Prosciutto crudo Modena, Ciccioli montanari, salame e coppa di testa.
Tigelle (e qui non state a fale i filologi che non si chiamano tigelle bensì cresentine etc…) e Borlenghi (c’è anche la “concia” di lardo aglio e rosamarino!!!!)
Vino: Grasparossa della cantina sociale di Settecani.
Dolce: andate poi in pasticceria se avete ancora fame

Pranzo estivo in montagna da me
Affettati: Prosciutto crudo Modena e spalla cotta.
Gnocco fritto (sì nello strutto altrochè che così è buono da mangiare anche "liscio")
Ciccioli frolli e cipollotti
Vino: Lambrusco di Sorbara di Bellei
Dolce: se proprio volete c’è la torta di tagliatelle della nonna
Vini: Bianco di Castelfranco.

di Omar

2 Commenti
  1. un ricordo indelebile:

    domenica mattina, a casa mia, si va poco in chiesa dal prete, che si è sempre preferito andare ad aiutare a consegnare l’unità, e i signori a cui lo porti sono tutti amici e spesso ti danno un dolcetto (“ch’lè semper mei ed l’ostia” diceva il nonno). la mamma sta mettendo su il brodo, e certe volte c’era solo qualche verdura e la gallina dentro “le pò bon li stess”. e nelle ore in cui si prepara comincia a nascere la magia: la farina a montagnola, l’uovo sopra e le braccia di tua mamma che cominciano a lavorare, trasformano una colla appicicosa di farina e uova in una pasta che il mattarello fa diventare velo, e tutta la cucina si riempie di queste “tendine” gialle ad asciugarsi un po’.
    il ripieno è gia pronto, ed è buono anche così, lo so perchè lo rubavo mentre ero sul bordo del tavolo che giocavo con un pezzetto di sfoglia, perchè ho aiutato anche io, che è un lavoraccio grattuggiare il grana, allora si chiamava cosi tutto quel formaggio. si, insomma c’era il parmiggiano, e si usava quello, ma il formaggio si chiamava grana e basta e le grattuge grattuggiavano davvero se ti avvicinavi troppo alla crosta.

    “e smettila di magiarti la crosta che la devo mettere nel brodo!”

    strice, e poi quadretti e su ogni quadretto un tocchetto di ripieno.

    “e smettila di magiarlo che poi non basta, esen!”

    si prende il quadretto di pasta in mano e poi un gioco di dita velocissimo, solo un attimo e in quelle mani da rezdora è nato un tortellino, che si mette in fila vicino agli altri, file perfette che riempivano il tavolo. e le donne parlano sempre mentre fanno i tortellini e tu le ascolti anche se non capisci proprio tutto che alcuni discorsi li fanno per farti mica capire a te. però le guardi mentre lavorano e pensi a quella zia che lei dice che li fa con il mignolo i tortellini che vengono più piccoli, e più buoni, ma tu lo sai che non è vero perchè la hai vista che lì fa come le altre. bisogna farne tanti perchè i tortellini non riempiono mica mai, ne mangeresti sempre ancora.
    si mangia tardi alla domenica forse anche all’una. e davanti al mio piatto guardo i grandi che versano mezzo bicchiere di lambrusco nel brodo, e quando mi vede il papà ne mette un goccino anche da me, che la mamma sgrida perchè a otto anni rischi di diventare un beone come il nonno. ma tanto oggi è domenica. e il primo pezzetto di crosta nel brodo lo danno sempre a te, e va mangiata subito finche è calda che poi diventa dura.
    forse a te allora ti piaceva di più senza il vino, e avevi anche sentito di qualcuno che mangiava i tortellini con la panna, ma non devi dire niente se no ti prendono per uno ancora piccolo.
    non è mica poi vero che non riempiono mica i tortellini, perchè tu ad un certo punto non avevi più fame, c’era solo un po’ di posto per la sbriciolona.
    e se sei emiliano magari tante cose non le capisci bene che forse un po’ di nebbia ce la hai anche dentro, ma una cosa la sai di sicuro. è una verità che non si scappa mica: la domenica sera c’è il lesso.

    di dud — 28 gennaio 2005 22:23


  2. Che devo dire….Grazie è bello avere l’onore di un post pubblicato quando non si ha neppure un blog…Però, anche, che vergogna…Pieno di errori…Vabbè l’ho scritto in fretta e la finestrella dei commenti non aiuta molta l’operazione di controllo.

    @Dud
    Bello, quasi una poesia (anche per il mio stomaco) sì forse è quel poco di nebbia che ci portiamo dentro che ci spinge a ritrovarci per scaldarci (effetto stalla?) attorno ad un tavolo sopratutto ad un tavolo familiare che anche quello del ristorante a te più caro o dove ormai ti trattano come uno di casa rimane sempre presente un senso di urgenza, un sollecito al termine vuoi anche solo perché ti rendi conto che quelli che sono lì ormai, vista l’ora, vogliono andare a casa, magari non te lo dicono ma lo vedi che ogni minuto che passa diventi meno cliente e sempre più rompicoglioni. Al desco familiare invece è obbligatorio rimanere il più possibile (tanto tolto il pane dal tavolo lo sai che spuntano le carte e la frutta secca) e te quando eri monelo rimanevi lì solo per ascoltare a volte c’erano anche storie vagamente piratesche di parenti che si erano mangiati soldi che và là se li avessi avuti tu altrochè oppure che ne avevano accumulati in numero tale che vai poi a sapere se erano tutti leciti che si sà le fortune improvvise attirano sempre l’ira divina. Insomma come già ci ricordava il Guccini a Modena, invariabilmente, per Carpi-Suzzara-Mantova si cambia (treno of course…).

    Saluti

    di Omar — 29 gennaio 2005 08:16


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