Nei giorni scorsi ho dedicato il mio tempo libero normalmente riservato alla blogosfera a qualcosa di personale.
Si tratta di un’idea estremamente balorda, e sono gentile con me stesso e spugno via ogni mia presunzione in partenza nel definirla solamente balorda.
Bloggare mi diverte e mi rilassa, ma negli ultimi tempi mi sono sempre più andato a cercare altro da leggere e da scrivere restando insoddisfatto nel profondo.
«Menate passeggere» mi sono detto. Però quella sensazione d’assorbimento di un "qualcosa" dentro di me che non riusciva a uscire durante i post ha iniziato a farsi sempre più evidente.
Le ragioni possono essere diverse. Le abitudini familiari che cambiano in relazione alla nuova attività di mia moglie, la mia insoddisfazione nel fare quel che faccio per portare la pagnotta a casa, il tiepido desiderio di ispessire il guscio protettivo attorno a me, l’intolleranza verso le deviazioni antidemocratiche del mondo e l’imbecillità umana che ciclicamente da secoli le asseconda …e chissà cos’altro: del tutto a posto non lo sono certo.
Così poco a poco la fantasiosa possibilità di digitare qualcosa che nascesse completamente dalla mia immaginazione ha preso un pizzico di sostanza e una qualche forma. Mi sono creato una piccola palla colorata che rimbalza per distrarmi un poco.
Un romanzo.
Per gioco.
Mai in precedenza mi era passato per la testa questo desiderio decisamente balordo per le mie capacità.
Eppure il confronto con qualcosa di meno immediato di un post e più slegato dalla mia quotidianità, e che non fosse un raccontino, ha assunto contorni meno lontani e più divertenti.
Cosa ho fatto?
Prima di tutto mi sono stampato alcuni materiali relativi alla scrittura creativa scritti o suggeriti da Giulio Mozzi. Nel leggerli mi sono imposto di non sottolineare, di non prendere appunti o fare annotazioni e di non lasciarmi prendere dall’entusiasmo.
L’entusiasmo… Già. Un conto è il divertimento e un altro è l’entusiasmo. Se scrivessi un romanzo lo farei per divertimento e non per altre ragioni. Le altre ragioni potrebbero alimentare inutile, se non deleterio, entusiasmo. Francamente mi piacerebbe essere un nuovo ennesimo eminguai, ma d’improvviso non mi ricordo neppure come si scrive. Sono troppo stanco per lasciarmi autoconvincere d’essere gagliardo e di avere buone idee e, soprattutto, di saperle sviluppare e -romanzare-. Del resto il semplice divertimento non mi comporta impegni con me stesso e nemmeno asseconda aspirazioni se lasciato libero, ma solo.
Dopo aver leggiucchiato (in apparenza) avidamente (ma di nascosto) un po’ di suggerimenti, ho approntato una ricerca quasi seria per ambientare quel piccolo pezzo di storia che si è creato nella mia mente, lasciando perdere l’impulso a sedermi subito davanti al portatile a scrivere. Si tratta poco più di un abbozzo mentale e null’altro e non merita ancora che mi vada a scornare contro una tastiera e uno schermo bianco. E nemmeno vale la pena mi prenda la briga di prendere appunti sulle immagini mentali prese alla mia fantasia.
La rete permette di reperire molto materiale senza doversi sorbire sedute in biblioteca o conversazioni con esperti impensabili da ottenere.
È affascinante come cercando di ambientare un piccolo pezzo di storia si possa trovare materiale e spunti per diramarne molti altri. Senza contare la positività nel tentare di delineare i tratti secondari di un personaggio nato per caso durante una doccia.
Preso dall’impeto, ho resistito soffocando con durezza ogni tentativo di scrivere.
«Stai calmo, passerà» continuo a ripetere a me stesso. Resistendo alla tentazione, il desiderio di dare un incanalato sfogo alla fantasia forse svanirà da solo.
Ho molte vocine che mi assecondano in questa mia intenzione di divertirmi a giocare al romanziere dilettante. Assecondare, intenzione, divertimento, gioco, romanzo, diletto. Sono vocine allegre e spensierate. Mi dicono che non faccio nulla di male o di sciocco. Magari il risultato potrà essere brutto e banale, chissenefrega aggiungono, l’importante è il mentre, non il dopo. Mi dicono che non avendo aspirazioni per il dopo, posso concentrarmi sul mentre e gioirne.
Le vocine, beffarde, mi suggeriscono che una volta finito potrò sempre tagliuzzare il risultato finale per postarlo sul blog. Chissenefrega. Intendono dire: insomma i tuoi post non sono mica speciali. Nessuno farà caso al tuo orrendo romanzo. Cosa vuoi che gliene freghi ai visitatori di quel che scrivi. Dicono: davvero cosa importa loro?
Allora mi sono avvolto da una copertina fatta di autoassoluzione e voglia di provare. Tanto mica lo devo postare. Figurati.
A questo punto la vociona stanca e menagramo ha fatto la sua trionfale comparsa. Per quanto possa essere un divertimento durante le prime pagine buttate nel computer, a parere della vociona, se mi diverto non potrò fare a meno di appassionarmi e di voler bene a quel che di mio scrivo. E alla fin fine, quando ben riuscirò a rileggere le mie pagine rendendomi conto, con un guizzo di oggettività, che nella sostanza sono un mucchio di cagate pazzesche nella migliore delle ipotesi, certo rimarrò deluso e non farò altro che aggiungere una pennellata al ritratto di vecchio acido rimbambito brontolone che diverrò se il destino non vorrà interrompere il mio invecchiamento con un certo anticipo.
Uffa, è veramente tedioso avere le vocine che danno responsi contrastanti dopo essere state interpellate affinché diano un loro parere. A volte invidio le persone in grado di darsi sempre ragione, come mia suocera. Mia suocera ha sempre ragione e non sbaglia mai. Se sbaglia piega le realtà spaziali e temporali che la circondano fino a farle diventare come le sue ragioni pretendono siano.
Ecco, mi piacerebbe avere in testa un buco nero in grado di sbiellare ciò che mi circonda secondo i miei desideri. E non certo delle vocine saputelle e rompicogli*ni sempre in disaccordo fra loro e noiosissime da ascoltare.
Sinceramente pensavo sarebbe stato pallosissimo fare le ricerche per le ambientazioni o i personaggi o concretamente tutte le robe che un romanziere deve ficcarsi in testa più o meno dichiaratamente nel raccontare una storia.
Al contrario mi sembra sballosissimo.
Ad esempio ho un personaggio femminile che non sapevo come vestire. Al momento per l’abbozzo di storia che ho in mente quella donna non mi serve altro che a suonare un citofono. Poca roba, è vero, ma deve pur compiere quel gesto vestendo qualcosa. Qualcosa di carino e serio, senza essere troppo vistoso, indossato a metà mattina di una giornata d’inverno, in relazione anche al proprio lavoro e bla bla bla…
Divertentissimo. Ho una tipa che suona il citofono nella mente e nella realtà immaginaria devo occuparmi di inventarmi tutto di lei. Ripeto: divertentissimo.
Occorre tempo.
Come fosse un videogioco di strategia, anche solo tratteggiare un personaggio secondario e pochi ambienti e un paio di situazioni, per dare un minimo senso a una vaga idea embrionale per una storia da raccontare, si trasforma in una gigantesca opera di scoperta. Il velo nero che copre la mappa della missione poco a poco si apre e quasi di conseguenza il gioco si crea da solo.
Il fatto che sia certamente una cagata pazzesca, questo cade in secondo piano: non ho ancora scritto una riga, per fortuna. E mai la scriverò, spero.
La scorsa settimana è stata molto appagante.
Mi chiedo se anche gli scrittori si divertano a immaginarsi le loro storie.
Ecco perché sono sparito per un po’.
Ho letto anche qualcosina negli ultimi giorni.
"Kill?" di Roberto Vacca (Marsilio) è un libro narrativamente forse un po’ ingenuo, ma illuminante. Dovrebbero leggerlo quelli che mettono le bombe davanti alle caserme dei Carabinieri, anche se dubito capirebbero qualcosa.
Ho letto anche due libri di Valerio Massimo Manfredi ristampati negli Oscar Mondadori.
"L’oracolo" al termine della lettura l’ho diviso idealmente in due parti. La prima è scattante e agghiacciante. Vidi tempo addietro un film assai crudo sulle torture fisiche e psicologiche inflitte ai prigionieri politici durante la recente dittatura militare in Argentina. Il libro di Manfredi parte nella notte del 1973 insieme alla seguente dittatura militare in Grecia. Leggendo ho rivisto alcune scene di quel film assorbite nel mio animo. Pagine intense. La seconda parte, invece, sembra non portare a nulla in confronto alla prima (ma è un parere fortemente influenzato da visioni e letture personali).
L’altro romanzo è "Lo scudo di Talos". L’ho trovato avvincente e ha mantenuto sempre alta la mia attenzione.
Per Urania, ho letto "L’anno dei dominatori" di Ian Watson. Incredibilmente attuale, anche se fantascienza. Inizia con un prologo dedicato a costruire un impianto scenico che svanisce dopo una settantina di pagine. Detesto simili espedienti in un romanzo, ma è un parere personale.
Un’ultima cosa: ho ricominciato a fumare senza ritegno. Mi sono promesso di riprovare a smettere molto presto.
Appunto finale:
In uno degli scorsi post prendevo bonariamente in giro i nostri ‘servizi’ giocando con la pagina web dedicata al racconto della loro storia (occasione ghiotta). Poi è accaduta la morte di un funzionario del Sismi in Iraq. Mi rode ora quel post, ma non posso cancellarlo e nemmeno dovrei scusarmene, credo. Ma lo stesso mi spiace.