30 aprile 2005
Budapest

Ho letto "Budapest" di Chico Buarque, I Narratori Feltrinelli. Tradotto da Roberto Francavilla.
Non sono in grado di dire quanto mi sia piaciuto o contare in quanti casi ho cercato di accelerare la lettura per sorpassare un pezzo non gradito.
Il libro è un costante racconto senza dialoghi con gli "a capo" ridotti all’osso. A prima vista mi è sembrato pesante, poi leggendo non ho fatto più caso a come era impostato e presto sono stato avvolto dalle immagini ricreate dalla mia immaginazione grazie al testo fluente come una lunga capigliatura rossa al vento.
"capigliatura rossa al vento" è una rappresentazione balorda, me ne rendo conto, ma descrive al meglio le mie sensazioni.
Il libro a tratti è grottesco, se non surreale. Tratta l’umanizzazione dell’amore per la lingua. La lingua scritta e parlata s’intende, non il muscolo. Amore che può incarnarsi in una ossessione. E a volte accade davvero. Solitamente i linguisti, soprattutto se accademici, sono persone completamente fulminate che dedicano la loro esistenza a questioni del tutto insignificanti per un qualsiasi essere umano. D’altro canto è indubbio che la lingua sia uno degli aspetti fondamentali dell’umanità.
Il personaggio principale, e narratore, è un ghost writer brasiliano colto da un colpo di fulmine per la lingua parlata a Budapest, da questo il titolo.
Un ghost writer scrive anonimamente articoli, discorsi, relazioni, racconti o interi libri che sono firmati da altri. Nel libro il personaggio vive e descrive intensamente questo rapporto con la propria scrittura che non può firmare.
Nel romanzo egli sembra guadagnare spaventosamente bene rispetto al lavoro che fa. Di norma nella vita reale questo non avviene.
Molto antipatico nel complesso. Sì, mi sono fossilizzato sull’idea che mi siano tutti molto antipatici i personaggi narrati. Il libro ha viceversa un fascino particolare, nonostante lo abbia avvertito quasi irriverente verso il me stesso lettore (non voglio generalizzare, in fondo se ha venduto mezzo milione di copie una ragione esiste).
L’hanno regalato a mia moglie. Di mio non avrei mai speso 13 euro per acquistarlo. Comunque sono soddisfatto d’averlo letto. O forse no, non riesco ancora a decidere. Una parte di me è contenta, mentre un’altra continua ad arricciare il naso. Quest’ultima è la parte un po’ snob di me, quella zeppa di pregiudizi che si ostina a considerare del Brasile solo il carnevale, l’ingiustizia sociale, le ballerine, le spiagge e le foreste. Quasi che non possa ospitare anche qualcuno che sappia scrivere e magari anche bene.

