Non ho ancora letto La società digitale, l’ultimo saggio di Giuseppe Granieri.
Ammetto una reverenza acritica nei confronti del guru. Il precedente libro (Blog Generation) lo considero un superbo libro di tecnologia filosofica blogosferica.
In questo post g.g. rimanda a una severa critica al suo ultimo libro da parte di Fasttrack. Fasttrack specifica di apprezzare buona parte del recente saggio per concentrare l’attenzione sugli aspetti a suo parere poco convincenti.
Non concordo con le analisi proposte da Fasttrack.
Esprimo le mie considerazioni senza pretese argomentative.
L’affermazione "la storia è una produzione collettiva" giunge al termine di un paragrafo dedicato a confutare una tesi personalistica della storia evidentemente offerta da Granieri (ricordo: non ho ancora letto il libro). Da molti punti di vista Fasttrack ha ragione (classico è il pensiero ‘la storia siamo noi’, inteso a indicare ‘tutti’) ma è anche pur vero che alcuni radicali cambiamenti sono avvenuti non solo grazie al contesto socioeconomico in cui sono stati realizzati, ma sotto l’influsso di determinate persone: basti pensare a Alessandro Magno o a Bill Gates. Tralasciando la storia antica, è ovvio che il mercato e la società globale era pronta ad accogliere il monopolio planetario di un solo sistema operativo; ma se io oggi da utonto uso un pc e non un Mac una ragione esiste e si chiama Gates.
Oggi è davvero tutto più nuovo e collettivo, se si ha un accesso a internet e l’interesse personale a curiosare. Le mie possibilità d’informarmi e le fonti dalle quali attingere informazioni sono decuplicate rispetto a quelle di buonanima di mio padre.
Non ho nulla da argomentare verso chi non ritiene i media intenti a rendere passivo il proprio fruitore per indirizzarne e condizionarne le velleità informative. A me sembra talmente evidente. Non possiedo capacità dialettiche per rendere chiara la situazione a chi non la vede.
Il pubblico dell’informazione, dei media, è vasto e multisfaccettato. Lo scarto con la rete avviene ogni volta che una parte di pubblico gestisce in maniera diversa il rapporto con la rete rispetto a quello con gli altri media. Il pubblico alla ricerca delle stesse fonti classiche nella rete, non sfrutta lo strumento oltre quello scarto.
Il digital divide è una realtà. Però l’averlo tralasciato nel saggio non credo sia un concedersi apertamente da parte di g.g. alla descrizione di una utopia digitale prossima ventura. La letteratura mondiale prosegue il proprio cammino nonostante l’analfabetismo; anche in Italia la letteratura costruisce castelli di sabbia al mare senza preoccuparsi costantemente delle vaste aree dove gli analfabeti sono una realtà e il semianalfabetismo la norma (senza contare la massa a cui frega nulla della letteratura).
"[...] continuo a sostenere che tutto ciò che Granieri descrive nel suo libro non sia altro che lÂ’espressione di concetti già esistenti ed utilizzati che, grazie alla rete, hanno trovato il loro ideale processo di sviluppo, e hanno di conseguenza preso velocità [...] ". È proprio quello, credo, che g.g. affermerebbe. Una qualsiasi opera dell’ingegno umano tratta esperienze, idee e opinioni afferrate in altri testi e nella propria mente, rielaborate e quindi proposte. Il cambiamento epocale è dato dalle possibilità offerte alla singola opera d’ingegno di svilupparsi, ottenere accrescimenti qualitativi e di mostrarsi attraverso la rete e le persone che questa accoglie quotidianamente. Non è lo strumento o il suo utilizzo a essere epocale, ma lo sono gli effetti di una potente condivisione tra coloro che sono interessati a viverla.
Ancora: "[...] la divisione fatta nel libro tra le due identità (classica e digitale), tra le due cittadinanze, che dovrebbero coesistere e vedere chi possiede solo quella classica in svantaggio, quella proprio non posso apprezzarla. La cittadinanza digitale è un surplus di quella classica [...] ".
È un ragionamento corretto. Anche a me piacerebbe che ogni uomo avesse un computer, una connessione e da mangiare. E sono conscio che probabilmente qualche uomo non ha da mangiare a causa dello spreco di risorse planetarie che impiego per navigare, andare in auto o dar da mangiare al mio gatto.
Una elite umana (il surplus) ha per la prima volta i propri confini economici relativamente bassi, si appoggia su una base sovranazionale ed è teoricamente paritaria tra i membri. La sfida futura non sarà il tentativo di aprirla a quanti più individui sarà possibile; la vera sfida sarà il tentativo di mantenere questa elite tecnologica viva e pulsante attraverso una comunicazione trasparente e condivisa senza restrizioni illiberali imposte dalle elite classiche.
Non credo che le spinte utopiche del libro possano essere così soverchianti rispetto alle spinte ipotetiche e persino progettuali. Pur non avendo letto ancora il libro, mi baso sul precedente e sugli articoli in rete: oso immaginare il libro come un filosofico affresco positivo, propositivo e propagandistico per una società digitale densa di possibilità da non lasciarsi fuggire, offuscare o rubare.
Infine.
Pur non concordando con il post in questione, trovo davvero epocale potermi confrontare pubblicamente e liberamente con lo stesso sul medesimo piano, e questo a prescindere dall’argomento.
Purtroppo a mia moglie, arroccata ancora in una visione classica dell’interazione umana malgrado i progressi raggiunti, non interessa quel che digito. Ma io ogni tanto rallento il viaggio digitale intrapreso e la costringo a interessarsi nonostante il digital divide che, appunto, ci divide.
Aggiornamento 20-07-06:
In questo post jlb estrapola le mie considerazioni dove uso l’espressione "elite umana" per confrontarle con estratti dalla Costituzione e dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.
Incollo quel che ho commentato in calce, sperando di chiarire la mia posizione:
Per la prima volta una larga comunità eterogenea di individui possiede lo strumento per condividere il pensiero. A mio parere la vera sfida non sarà quella di offrire a tutti gli strumenti per farne parte, quanto quella di riuscire a salvaguardare le peculiarità di tali strumenti e della comunità stessa. Se la diffusione mondiale di un accesso stabile alla rete per l’individuo è problematica, io credo che sarà mooolto più problematico riuscire a mantenere le possibilità intrinseche di tale accesso a coloro che lo avranno.
Questo mia opinione non esclude, ma anzi rafforza, la mia convinzione che debbano essere fatti tutti gli sforzi possibili per la diffusione della capacità teconologica ed economica di collegarsi.
Ritengo solo che la vera questione da affrontare nel prossimo futuro non sarà quella della diffusione degli accessi, quanto quella della libertà di condivisione e di espressione del pensiero oggi tipica (e quasi data per scontata) della rete e sancita dalla Costituzione.
La mia espressione “elite umana” è forse infelice, ma mi serve a rappresentare quella che di fatto è a mio parere la comunità di persone che usa pienamente la rete. Si tratta di una minoranza potenzialmente aggregata e potenzialmente influente e che quindi potrebbe diventare oggetto di attenzioni esterne definitivamente restrittive.
Un esempio: allargare a tutti una rete trasformata e simile alla televisione (un piatta censura propagandistica, socialmente degradante e culturalmente zeppa di sciocchezze) sarebbe inutile.
Io credo che salvaguardare la rete sia prioritario rispetto al diffonderla. Non è una opinione contro la libertà e i diritti delle persone. A mio modo di vedere è proprio in difesa della libertà , dell’uguaglianza e dei diritti inalienabili delle persone.
A coloro che hanno sete sarebbe deleterio dare acqua inquinata (bisogna difendere l’acqua oltre a distribuirla). A coloro che hanno sete di cultura, sarebbe deleterio dare un testo di regime (bisogna difendere i docenti e la qualità dell’insegnamento oltre a costruire nuove scuole). A coloro che hanno sete di web, sarebbe deleterio dare una connessione a pochi siti controllati (bisogna salvaguardare la democrazia prima di diffonderla).
La replica di Fasttrack:
In questo post è possibile leggere la replica di Fasttrack.
A me pare di essere abbondantemente frainteso in alcuni punti e, semplicemente, di pensarla in maniera diversa per altri. È quindi poco sensato che ripeta le stesse riflessioni arroccandomi o citando manuali (‘ché io la comunicazione di massa la studio osservando mia suocera e i miei conoscenti alle prese con le notizie dei telegiornali ;D -oltre che sui saggi di g.g.- :DDD).
La discussione mi sembra comunque interessante e, come si diceva una volta, feconda per l’eventuale visitatore.
L’unico dispiacere è quello di apparire come un profeta che invoca una futura tirannide aristocratico-tecnologica (Aristogattica).