9 luglio 2006

Epica alla Davide Bregola

Categoria: Libri di gattostanco @ 00:26

Ho assistito alla presentazione tortonese del romanzo "La cultura enciclopedica dell’autodidatta" di Davide Bregola (pubblicato da Sironi Editore nella vasta collana "indicativo presente").
Illustravano il romanzo Giulio Mozzi in qualità di curatore della collana e l’autore stesso.

Nel riportare quel che ho colto della presentazione, in ordine sparso e con beneficio d’inventario, ammetto di non avere ancora letto una riga del libro.

- Il personaggio (lo chiamerò "il Costa" per semplicità), sul quale è realizzato il romanzo, è intenzionato a sapere la verità. Non desidera avvicinarsi o accostarsi solamente alla verità; pretende di saperla.
È un tentativo interessante, per quanto comune. In fondo chiunque è alla ricerca della verità. Costa non troverà quel che cerca, come è ovvio che sia, aggiungo io, quando la verità esiste solo in quanto costantemente messa in dubbio. La verità è il dubbio (io la penso così: la verità esiste e la si può trovare fino a quando esiste il dubbio sulla verità. La Verità è il dubbio che una qualsiasi verità sia tale in quel momento, senza il dubbio sulla verità non esiste la verità, ma solo una certezza quasi sempre differente dalla verità rappresentata (non ricordo chi l’abbia detto, comunque devo averlo letto da qualche parte). "Il resto è noia" come cantò uno dei filosofi romani recentemente riscoperto).
All’inizio del romanzo il Costa cerca in Google la parola verità. Giustamente, secondo il mio parere, nei primi risultati trova siti che mettono in dubbio la riconosciuta verità istituzionale o ne offrono una inscatolata e pronta. Risultati deliranti per Mozzi. Certamente. Ma suggerisco che spesso ricercare la verità razionalmente equivale a ottenere risultati deliranti e che ricercare la verità delirando equivale a ottenere risultati razionali. In ogni caso i risultati di Google offrono diversi punti di vista e generano il dubbio. Come sempre Google vince da qualsiasi lato di un quesito lo si prenda.

- Il Costa è un eroe/messia. Ma anche è «scarcagnato» e «senza senso della misura». Non è in sostanza l’eroe nei termini classici di Omero o della Marvel. Ma nemmeno lo è alla Fantozzi. Se ho colto bene è una specie di Mister Bean all’italiana: un individuo sociale, ma senza essere parte di un gruppo che possa totalizzare e dirigere la sua attenzione nei confronti della vita e dei suoi meccanismi.

- Un eroe sgangherato catapultato in un romanzo d’avventura. Viene paragonato agli antichi cavalieri paladini della Fede. Essi focalizzavano la loro conferma della Verità su oggetti sacri di potentissimo valore simbolico. Il Costa pur non potendo concentrarsi su reliquie di fede o ideologiche, secondo la scelta dell’autore, si cimenta in una ricerca avventurosa che possa portarlo a sapere, e non solo a trovare, la verità nel nostro mondo attuale. Mozzi descrive come «un’epica sghemba e disordinata» l’avventura intrapresa dall’eroe. Bregola preferisce definirla «un’epica cerebrale» in cui l’eroe privo di forti punti di riferimento (contrariamente ai cavalieri cortesi tradizionalmente sovrabbondanti di certezze), si deve accontentare di cercare la verità dove gli passa per la mente di cercarla e di porsi il problema istante per istante.

- Il romanzo è malfatto. Nel senso che non rispecchia i comuni canoni di un romanzo con un inizio, uno svolgimento dei fatti e un epilogo. Davide Bregola spiega che ha voluto creare un romanzo forte, contenente una "forza", e che per farlo ha voluto scriverlo piegando e sottomettendo la forma alla forza. Però, sorprendentemente, non riesce a definire questa forza. Ascoltandolo a me viene in mente Guerre Stellari e la Forza. D’ora in poi, mio malgrado, considererò Davide Bregola un cavaliere Jedi in incognito che si è lasciato guidare dalla Forza durante la scrittura di "La cultura enciclopedica dell’autodidatta". Il Costa inevitabilmente, prima di leggerne la storia, mi appare come l’odiato Jar Jar (nota all’eventule lettore occasionale: purtroppo non riesco a dissociarmi alla tastiera dalla mia formazione culturale e spero non sia apparsa di tedio eccessivo la citazione di un classico).

- Le situazioni raccontate sono nelle intenzioni dello scrittore normalmente «fuori dalla scena» e cioé fuori dalla comune visione dei fatti e delle persone che vivendo si condivide con gli altri. La volontà espressa è quella di aver scritto una storia che non sia raccontabile degnamente per immagini, con una telecamera. Il libro è privo di riferimenti e di possibilità che potrebbero ispirare un film. Le associazioni di idee e la narrazione evitano accuratamente il confronto con un ipotetico film. Il Costa vive nel romanzo ciò che in un film di norma lo spettatore non nota distratto da altro nella scena o che addirittura non viene ripreso nei film.

- Il libro è una autofiction. È una autobriografia trasfigurata o una trasfigurazione di un’autobiografia. Non è una autobiografia romanzata. È il risultato dell’applicazione di un personaggio e di certe intenzioni narrative a persone e fatti ben conosciuti e vicini. Autore compreso. Autofinzione.
L’autore precisa e sottolinea che il termine l’ha coniato e definito nel 1977 Serge Doubrovsky.

- A quanto pare coloro che hanno già letto il libro si schierano agli opposti nell’esprimere opinioni: o lo esaltano o lo disprezzano. Per un romanzo è un ottimo risultato.
A parere dell’autore esiste nei critici detrattori il blocco di non essersi affrancati dalle metodologie della critica novecentesca. Questa affermazione mi ha un po’ impensierito: non sono un critico e come semplice lettore pagante non ho la minima idea se il mio piacermi un libro sia novecentesco o attualizzato al nuovo millennio. Il mio superiore vantaggio rispetto agli schemi di pensiero degli scrittori e dei critici è che io sono pagante e non, come loro, pagato, quindi sono potenzialmente libero. Scoprirò se sono novecentesco oppure no dopo aver letto il libro.

- Mozzi con una premurosa introduzione dice di considerare il romanzo una montagna che ha partorito un topolino. Il topolino è un piccolo e semplice e intelligentissimo spunto di ragionamento. Qualcosa che c’è nel romanzo e che ha un importante significato. Dalla ricerca della verità del Costa, dalla narrazione e dalle questioni filosofiche latenti nel libro, il curatore dello stesso avverte nascere qualcosa, il topolino, senza però riuscire ancora ad afferrarlo, ad afferrarne il senso compiuto.
A precisa domanda di Giulio Mozzi, Davide sgrana gli occhi. Senza però scomporsi oltre, l’autore ammette candidamente, come è candido lo stesso Costa, di non sapere quale sia questo topolino inteso da Giulio e che dovrebbe rappresentare una stupefacente piccola, ma semplice, perla di saggezza.
In copertina al libro c’è un piccolo signore raggomitolato in sospensione sopra quello che a me sembra un contenitore vuoto da ventiquattro uova come si vedono ancora nei negozietti (il mio fruttivendolo lo usa ancora). Quel piccolo signore viene allora eletto come simbolo del topolino di indubbio valore, per quanto sfuggenti (sia il topolino che il valore). A casa ho letto da dove fosse tratta l’immagine di copertina: "Microfelicità" di Gabriele Picco, olio su tela. Traggo ispirazione: forse il topolino teorico e filosofico del romanzo è una piccola e semplice e intelligentissima felicità.

Infine.
Davide Bregola sembra un cavaliere Jedi (in incognito) con un evidente passato nel Lato Oscuro della Forza. Durante la prima parte dell’incontro si è gingillato le mani con le orecchie tese ad ascoltare. Brioso, atletico e in apparenza interessato alla serata, non sembrava uno scrittore che cita esperienze di poeti italiani, menziona scritti di autori francesi e legge brani tratti da un libriccino. Notevole: da quel libriccino ha tratto determinazione a scrivere il romanzo come voleva.
Era vestito in maglietta nera con una grande scritta playlife a tutto petto.

Ora non mi resta che leggere il romanzo.

9 Commenti »
  1. gattostanco legge Galaverni : -)?

    http://fuoricasapoesia.blogspot.com/2006/05/roberto-galaverni-il-poeta-e-un.html

    di zycron — 10 luglio 2006 08:43


  2. zycron, volendo credo che potrei leggere Galaverni. Mi piace quel suo affiancare il poeta al cavaliere Jedi. Solo una forza astratta e inafferrabile e al tempo stesso fisica e presente spinge e sostiene un poeta nel suo scrivere poesia. E un poeta, oserei dire “per definifione”, è una persona non del tutto normale: ha una forza che gli scorre dentro.

    In questo momento (ho letto sino a pagina 197 della CEDA) mi sento di riconfermare l’impressione su Davide Bregola. Una impressione migliorata, limata e sovraccarica della lettura del suo romanzo avvenuta come una colossale abbuffata domenicale. Ho certo perduto alcuni sapori e non ho prestato la dovuta attenzione a qualche intingolo, però mi ritrovo sazio e ancora affamato. In qualche modo condizionato dalla presentazione vista e ascoltata a Tortona mi sono aperto a questo libro semplice e potente con una sorta di beata ingenuità. E mi sono appassionato come un pigro amante impazzito alle prese con una compagna disponibile, giovane e biricchina. Riconfermo L’impressione di di lui di uno jedi è una buona immagine per me. Forse funziona solo con me, ma rende bene. Senza mai dimenticare però la senzazione di un passato nel Lato Oscuro (che certo ogni tanto rivive in lui).
    Comunque devo ancora finirlo, il romanzo (o quel che è), e magari riprenderlo da capo.

    di gattostanco — 10 luglio 2006 12:02


  3. zycron ti ha dato un buon consiglio! leggilo il libro di Galaverni. Ciao.

    di papino — 11 luglio 2006 01:21


  4. ma di’, la spada laser? e Benetton, è uno sponsor? anche google? a parte gli scherzi (anche se sulla spada non scherzavo), piaciuto il resoconto. La Forma che ha piegato con la Forza, era quella del cucchiaio? In somma, come dicono in Matrix, non concentrarti sul suo piegarsi, ma piegati tu stesso (o cose del genere, mi sembra). E Beh, visto che lo stai leggendo, aspetterò che tu ne scriva…

    di andrea — 11 luglio 2006 12:12


  5. papino, se lo trovo vedrò come mi ispira a sfogliarlo. A me piace saltuariamente leggere poesia, meno “di” poesia. Non sono un accanito fruitore dei poeti. E il tempo per la lettura è quel che è ;) E questo malgrado la poesia sia la regina delle arti.

    andrea, l’ho finito. Mi sento, tanto per passare da Guerre Stellari a Star Trek, come un cubo Borg nella fase di assimilazione. O come Kirk accanto al Voyager ritornato a casa in cerca del Creatore. O come il logico Spock nell’anticamera della saggezza. O come T’Pol accanto ad Archer quando dice (purtroppo per l’intera saga di Star Trek e tutti noi): “Those are Vulcan protocols, not Human” [Sono protocolli vulcaniani, non umani] rendendo evidente la regressione socio-culturale nella quale gli sceneggiatori sono costretti a operare.
    Scrivere del libro di Bregola sarà dura per me. Perché la forma è talmente duttile da trasformarsi in modo semplice secondo le esigenze del lettore per offrire la potenza interna in maniera forte o sottile o sorridente o fanc*latoria sempre in maniera evidente senza mai scadere nell’arroganza.
    Soprattutto ho un problema: ho letto alcune recensioni appena l’ho terminato. E mi sembra d’aver capito quasi il contrario di quel che avrei dovuto. E’ potente un libro dalla copertina così dolce se riesce a farsi leggere in maniera così diversa. Ma in fondo io sono un po’ (molto alla lontana) come il Costa e non certo una affermata voce autorevole della rete: quindi mi sembra ovvio che abbia focalizzato aspetti differenti della storia nel leggerla.

    [Nota all'eventuale trekker di passaggio disturbato dal fatto che a me il Capitano Archer in molti episodi sembra un puzzone guerrafondaio fascistoide (ohhh che soddisfazione, finalmente l'ho detto!). Se non sei d'accordo col mio pensiero, ti prego di non insultarmi e di considerarmi come un insignificante rappresentante di una specie secondaria in via di estinzione da millenni e che non merita attenzione.]

    di gattostanco — 11 luglio 2006 14:51


  6. cito da vibrisse:
    La parte cinica e cattiva di Davide Bregola
    [Questo articolo con intervista è uscito l'11 luglio 2006 su "La Gazzetta di Mantova". Si parla de "La cultura enciclopedica dell'autodidatta"]
    qui:
    http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/

    [cut]Per definire il suo libro ha coniato un neologismo, “autofiction”. Cosa vuol dire?
    «Indica la mescolanza tra la finzione narrativa e l’autobiografia. M’ interessava raccontare alcune vicende vissute e mescolarle con la fantasia.[...]

    non è stato Davide Bregola a coniare il neologismo “autofiction”
    come scrivono nell’articolo ma:

    “Il s’agit d’un néologisme du milieu du XXe siècle repris par Serge Doubrovsky, critique littéraire et romancier, en 1977 pour désigner son roman “Fils”. Le terme est composé du préfixe auto- du grec αυτο : « soi-même » et de fiction.

    fonte:http://fr.wikipedia.org/wiki/Autofiction

    un saluto

    di cara polvere — 15 luglio 2006 00:51


  7. cara polvere, non ho capito il senso ultimo del tuo commento.
    Perché commenti nel mio blog un articolo riportato da Davide Bregola nel suo?
    ;)

    Soprattutto, se rileggi il mio post nella calda brezza mattutina troverai riportata la citazione di Serge Doubrovsky fatta da Bregola durante la presentazione.

    di gattostanco — 15 luglio 2006 09:45


  8. si. ti chiedo davvero scusa, ho fatto confusione sull’indirizzo a cui inviare.
    un saluto

    di cara polvere — 17 luglio 2006 12:08


  9. mi fa veramente *** e estremamente penoso [asterischi inseriti dal gatto]

    di Lorenzo — 3 febbraio 2009 19:13


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