Premessa
Il seguente intervento è stato digitato pensando a una pubblicazione all’interno della Bottega di Lettura. Dopo averlo proposto in visione ai Bottegai a luglio, ricevendo un paio di forti incoraggiamenti, non l’ho poi inserito.
Oggi, con la Bottega in vacanza e il blog di Bregola chiuso, l’ho rimesso a video per modificare ciò che non mi convinceva. Il tentativo si è rivelato immediatamente inutile, a me piace così. Non è una recensione. È qualcosa di emotivo e piuttosto sfibrato e sfuocato.
Lo precede la presentazione fatta ai Bottegai.
Presentazione per la Bottega di Lettura
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Ho letto "La cultura enciclopedica dell’autodidatta" di Davide Bregola dopo avere assistito a una presentazione [resoconto].
Mi sono immedesimato molto nel personaggio principale. E questo ha debilitato fortemente le mie già scarse capacità di digitare impressioni di lettura coerenti.
Ho atteso svariati giorni prima di dedicarmi ad abbozzare una scheda di lettura. A quel punto avevo perso anche tutte quelle piccole grandi ispirazioni momentanee che avvengono durante una lettura particolare e che non ho annotato su carta al loro manifestarsi.
Quindi mi è venuta fuori una scheda assai povera e sconclusionata e discutibile. È come le altre mie, d’accordo, ma forse peggiore (non pensavo fosse possibile).
Il post relativo allo stesso libro [questo nella Bottega] di Demetrio [blog] è talmente bello, chiaro e appagante che non voglio rischiare di "sporcarlo". Sia chiaro, non è sudditanza nei confronti di Demetrio, ma come dire: non vorrei impiastricciare il "rapporto" tra la Bottega e la CEDA attraverso l’ottima chiave di interpretazione di Demetrio che offre una visione estasiante. Mentre io mi sento gioiosamente molto impiastricciato e confuso dai saporiti residui della CEDA.
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Giovanni Costa esiste.
A partire dalle prime pagine di "La cultura enciclopedica dell’autodidatta" di Davide Bregola ho permesso all’immedesimazione nel personaggio di avvampare in me. Ho trascorso giorni prima di potermi serenamente dedicare alla stesura delle mie impressioni di lettura a volte persino in contrasto fra loro.
Il libro è una autofiction dove autobiografia e riflessioni personali sul reale confluiscono. Leggendo penso sia un po’ strambo immedesimarsi in un personaggio simile allo scrittore che lo racconta, soprattutto perché prima di iniziare la lettura ho visto la persona (incarnante il personaggio Costa e lo scrittore Bregola).
Quindi devo premettere di non essere distaccato nel ripensare a ciò che ho letto. Non riesco a distanziarmi dalle sensazioni vissute. Non lo voglio fare. Per questo la trascrizione delle mie emozioni è trasognata e contorta in contrapposizione alla bellezza e alla chiarezza del romanzo.
Il Costa è un uomo fermato sino alla fine del romanzo. La sua mente gira, mentre la sua vita è inchiodata. Ama, viaggia, parla, pensa, ricorda, discute pur restando immobile davanti alle scelte della vita. Una vita prevedibilmente già prefissata dalle circostanze costruite dalla stessa. Davanti alle scelte ovvie di una esistenza in cammino su dei binari, il personaggio si blocca a pensare e il romanzo descrive questi pensieri e da dove nascono e dove lo porteranno.
Mi sento complicato ritrovandomi a digitare a proposito delle storie raccontate con il riflesso delle mie personali esperienze. Non riesco a diventare asettico, a superare l’ostacolo di una narrazione sulla quale posso distendere tante piccole fette di quel che sono, o che vorrei essere o che, forse soprattutto, sono stato.
Lo scrittore propone al lettore un distillato dei materiali raccolti nel tempo per scrivere il romanzo, così mi sembra in una struttura a incastri definiti e netti. Non rielabora il tutto in una forma classica di narrazione complessiva e unica, preferendo offrire capitoli e appunti in una apparente veste grezza (certamente rifinita e "costruita") nel realizzare una narrazione fluida e duttile alle esigenze del lettore.
Il libro è semplice grazie ai suoi molti strati. Non solo è multiforme nella sostanza, ma a me è parso possedere diversi livelli di lettura. Ogni aspetto della grande storia umana presente può ottenere maggiore attenzione di altri in relazione a ciò che risveglia. Il Costa è precario nei giorni nostri, vuole sapere la verità; è desideroso di ciò che vuole e non di ciò che gli è possibile. A seconda delle mie preferenze momentanee durante la lettura emergeva, e sentivo più mio, un lato della storia.
L’ho letto nell’arco di una domenica, dal mattino al mattino; appassionandomi, incuriosendomi e inseguendo. Nell’arco di un solo giorno, ho aperto il libro con freschezza e interesse diversi, eppure ogni volta non provavo alcuna difficoltà a sintonizzarmi con lo strato del libro congeniale al momento. Se stanco e veloce preferivo il lato semicomico e candido. Se attento e lento preferivo il lato filosofico e siociologico.
Il quadro cinico del presente mi appare sensazionale nella facilità con la quale viene espresso. La presunzione di chi si considera eletto e sottostimato apre le porte a una pulita e aspra rappresentazione di un mondo avido e pavido.
Il Costa pensa anche quando la società non lo reputa necessario. Questo lo mantiene legato a una compagna altrettanto bloccata nei percorsi della vita. I personaggi sono in attesa di loro stessi. Sono in attesa di potersi scoprire per compiere le scelte consapevoli e non spinti dal loro habitat.
La cultura enciclopedica dell’autodidatta descrive intimamente le contraddizioni e le aspirazioni di un uomo che vive e alimenta la propria condizione di insicurezza materiale allo scopo di evitare il rinchiudersi in una scatola di oggetti e di sensazioni chiuse. Una precarietà in un certo senso funzionale a rallentare, e molto, il susseguirsi delle scelte. Nel mio caso non posso proiettare una simile precarietà oggettiva del semidisoccupato perenne (ufficialmente e statisticamente lavoratore), ma solletica comunque il ricordo di decisioni passate e certo future. Accade a chiunque voglia vantarsi di spezzare il proprio pensiero in favore a quello degli altri senza mai sottomettersi a "piegarsi". E il Costa, non si piega. Alla fine deciderà di recitare.
Vivere è scegliere e quasi inconsapevole il Costa desidera persistere in una condizione che gli permetta di avere molte scelte, quindi credo sia inevitabile che viva in una perenne situazione di indolente stasi intento a perseguire la propria crescita. Privo di una prepotente lealtà di gruppo, amplifica la propria singola identità a forgiare i propri desideri e la personale ricerca di verità in una autonomia essenziale. Non vuole cedere alle possibilità mature implicite nell’ambiente di nascita e resta indietro a osservare attento tutti gli ambienti oltre il proprio orizzonte fisico.
Il classico candido eroe da romanzo affascina e ripulisce il lettore dalle tossine accumulate nella realtà. In questo caso io non mi ritrovo ripulito, ma esaltato dall’accoppiarsi dell’ordinato marasma del romanzo e quello mio, interiore. La potenza del romanzo, e la Forza che guida Davide Bregola, è questa: sotto le mentite spoglie della ricerca della verità da parte del personaggio cardine, egli descrive la propria ricerca della felicità fatta del proprio io e di donne, uomini, pensiero, domande. Una libera ricerca eseguita non in base ai desideri stereotipati della società. Il ripudio personale della noia dell’esistere senza vivere. …Sicuramente mi sbaglio, ma che importa? Il messaggio di fondo, latente, nel libro è sfaccettato e proposto in una struttura tale da essere esso stesso multiforme e, mi ripeto, duttile alle voglie del lettore.
Altrove, e prima di leggere il romanzo, ho paragonato l’autore a un cavaliere Jedi in incognito con una latente esperienza nel lato oscuro della Forza. Giovanni Costa, sul quale proietto le mie scarne sensazioni riguardanti l’autore, non assomiglia a Luke Skywalker; piuttosto incarna il Ben Kenobi, dopo il ritiro in un oscuro pianeta, colto nell’istante cruciale della decisione di prendere nelle proprie mani il destino di Luke. Il ciclo della storia umana fondato sulla lotta perenne e impari tra la perfida tirannia e la stolta democrazia riparte grazie a quella scelta. Ben era pronto, nascosto e insignificante sino a quel momento dopo la gloria del passato. Ecco, Giovanni Costa decide di mantenersi pronto. La sua lotta sarà ovviamente meno appariscente e spettacolare, e di importanza storica infinitamente più modesta, e forse scadente, ma in ogni caso trova importante mantenersi all’erta e scattante e… mimetizzato nel tessuto sociale. La potenza, per così dire, del personaggio è l’esperienza totale della Forza. Il Lato Oscuro non lo attrae, ma neppure si accontenta di quello benigno. Si lascia invadere senza concentrarsi o concedersi. Il Costa è libero persino dalle influenze della Forza. Egli vive senza dominare e dominarsi in una singolare contrazione degli orizzonti per potersi rizzare a osservarne altri ben oltre i confini usuali all’uomo che non aspira a essere eroico nel comune vivere quotidiano.