1 settembre 2006
Nessuno a cui parlare
Nessuno a cui parlare di Cecilia Deni è un breve libro intimo e possente.
Spezzoni di vita. Speranze e dolori. La traccia di un’esistenza intensa. Solido racconto di una tappa combattuta nella storia di una persona.
A volte le scelte influenzano la vita nettamente. Da un giorno all’altro.
Altre volte, invece, le scelte restano latenti nei veri significati e si mostrano in tutta la loro complessità tempo dopo essere state prese.
Di solito il costo di ogni scelta si ha modo di considerarlo voltandosi indietro con la memoria a osservare gli eventi accaduti, pur mantenendo lo sguardo fisso nel presente.
In queste pagine una dottoressa medico di base ripercorre molti piccoli avvenimenti quotidiani. Il testo è secco e parsimonioso nelle parole. A tratti è un’ottima medicina molto amara.
Io non conosco la dottoressa Cecilia Deni di persona. Ma seguo dall’inizio la blogger Capsicum.
Per questo la mia lettura del suo libro e queste mie povere righe di commento sono fortemente influenzate dalle emozioni provate nel suo blog prima ancora che nel suo libro.
Sono passate settimane da quando ho letto il libro. Malgrado sia composto da solo un centinaio di pagine, non sono riuscito a bermelo a cuor leggero. Cecilia usa essere chiara, demolitrice quando le pare e asettica nel racconto.
Digitando “asettica” intendo riferirmi all’estrema pulizia nel presentare i sentimenti, le emozioni e le situazioni descritte. Sono scene pulite e prive di orpelli, descrizioni (tranne quelle finalizzate alla circostanza mostrata) e concessioni al lettore. La sporcizia è la malattia, con tutto ciò che ingloba.
Il lettore dev’essere saldo. Personalmente appena sentivo la vertigine incombere, chiudevo il libro e cercavo ristoro per assimilare con calma i principi attivi contenuti nelle pagine.
Sono pagine toste da leggere senza fretta. Soprattutto ho dovuto fare attenzione a non lasciarmi coinvolgere troppo dalle vicende o dalle fitte di dolore.
Capsicum mi ha insegnato tanto col suo blog. Ho sempre visto i medici della mutua senza alcun pregiudizio, anzi con profondo rispetto. Quasi reverenziale. Ho questa fissa del rispetto reverenziale nei confronti della figura del medico (con le dovute eccezioni). Grazie a Capsicum ho goduto del punto di vista di uno di loro. Vero, sincero e aperto. Non so se ho imparato qualcosa davvero utile, ma certo ho imparato a considerare il mio dottore una persona prima di tutto, e non mi pare poco.
Cecilia mi ha dato un quadro più netto delle sue difficoltà , delle fatiche e delle perdite che ha affrontato per svolgere al meglio quel lavoro.
Lavoro…
Fare il dottore è un lavoro ben strano. Quasi mai gli strumenti consentono di salvare quel che si è fatto per riprovare con più calma o rifare tutto da capo. Non esistono alternative e quando esistono non sempre sono praticabili. E ci sono sempre i costi da considerare; perché tutto ha un prezzo per chi non può pagare, come la gente qualsiasi, anche la salute. …Questo lato del lavoro è una sorta di cappa stesa sopra ogni pagina. Senza mugugni o lamenti, è presentata ogni faccia del mestiere con i suoi spigoli taglienti.
La soddisfazione. Credo sia un cardine dell’esperienza scivolata nelle pagine.
Dopo i sacrifici imposti anche alla famiglia, l’assorbimento del dolore degli altri, la volontà di non cedere e molte altro ancora mostrato nel libro, Cecilia si chiede se ne è valsa la pena (o almeno così ho interpretato).
Cosa dire a una donna medico votata non a una missione impossibile, ma comuqnue a fare bene il dottore?
Banalità del tipo: grazie e brava.
Questa estate al mio dottore ho detto non solo grazie e arrivederci. Gli ho rubato venti secondi di tempo per ringraziarlo delle buone maniere impiegate per spiegarsi, dell’aggiornamento continuo che mi ha dimostrato in questi anni e della pazienza mai venuta meno. Ha sorriso.
“Nessuno a cui parlare” rappresenta un grido di un medico forte, ma appesantito dalle scorie lasciate dai pazienti. Umanamente affaticato dal susseguirsi di pazienti, di malattie, di dolore, di impotenza e di fisiche lotte quotidiane con gli ostacoli della vita propri di ogni persona. Lo sento come un grido dell’autrice scritto per autocura forse in prima battuta, ma trasformato in una sorta di accorato appello a non lasciare mai solo il proprio dottore, quasi si trattasse di un eremtita o di un oracolo.
A me è parso volesse trasmettere che la fiducia che si crea tra paziente e dottore delle ricette non deve essere unidirezionale. Il paziente deve farsi carico di restituire almeno una piccola parte della soddisfazione che ha ricevuto, se può, anche a nome di coloro che non sono in grado di farlo.
Questo è uno di quegli scritti che non vedranno mai la luce della notorietà diffusa. È un peccato. Davvero un peccato. È denso e con profonde radici. Meriterebbe di finire in ogni sala d’aspetto tutto stropicciato e straletto da mille occhi come una qualsiasi rivista. Salva dalla monotonia della sofferenza e delle preoccupazioni esaltandole alla mente fino a poterne parlare. Con qualcuno. Prima di morire.
La vita di un medico di base è anche il contatto con la morte. Non avevo mai colto questa cosa. Quando morì mio padre il medico lo seppe da un parente. Capita quando la morte arriva a cielo sereno. Ma quando giunge lenta allora il dottore ne viene investito. Soprattutto quando la medicina degli specialisti lascia la speranza a Chiunque Sia, il paziente ritorna a dividere la fine della vita col dottore di sempre. A volte chi muore lentamente si aggrappa a chiunque, oltre che a Chiunque. E il dottore è sempre il primo.
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