
Sabato scorso 14 ottobre a Tortona (AL) presso il Circolo di Lettura ho assistito a una conferenza del ciclo "il Mistero del Romanzo" organizzato da Marco Candida.
Ha parlato Giuseppe Genna: L’oggetto narrativo ovvero il mistero del romanzo.
Riporto quel che ho capito e le mie impressioni.
Sono in ritardo. L’orario fissato per l’inizio della conferenza, le 18, è passato da una trentina di minuti. Non sono nervoso, soltanto sono un poco emozionato.
Vedrò Genna per la prima volta dal vero. A me soddisfa ciò che scrive Genna e come lo scrive. Non tutto, a dire il vero. Una certa nota aggressiva quando scrive di politica mi disturba, senza offendermi, perché la sento inutile. Tutto il resto, soprattutto quello stampato, lo adoro e mi accompagna nel ricordo a distanza di tempo. Avessi vent’anni di meno direi che è un mio idolo e chiamerei il gatto col suo nome. Ora mi accontento di -non- cogliere le occasioni di andargli a dire quanto è bravo e a stringergli la mano con la mia ghiacciata e sudata (il fatto che mi piacciono i suoi libri e che sia un lettore pagante, non mi assolverebbe dal divenire un rompiscatole).
Entro. La sala è piena di gente distribuita tra le sedie, i divani e le poltrone. Mi guardo in giro e scopro di dover restare in piedi. Mi sistemo due passi a lato e finalmente osservo il conferenziere seduto dietro una lunga cattedra. Pulloverino (mi sembra), capelli corti e sguardo sveglio. Alla sua sinistra siede Marco. Alla sua destra una bionda.
Una bionda?
Mi sento osservato. Non è la bionda, è uno degli organizzatori. Premuroso mi indica una sedia vuota. Lo ringrazio con un sorriso, mi tolgo il giacchetto e lo appendo allo schienale. Intanto ripenso alla triade in cattedra.
La bionda è Emma Locatelli (in seguito ho chiesto conferma). Penso sostituisca Giulio Mozzi nel ruolo di anchorman a latere, perché bloccato da una leggera influenza autunnale.
Finalmente inizio ad ascoltare quel che viene detto. Prima però mi accorgo che alcune nuche si frappongono tra i miei occhi e la cattedra. Posso vedere solo Candida senza compiere sforzi da acrobata sulla sedia. Resto un secondo deluso, poi riflettendo decido che è meglio così: appeso alla parete un altoparlante mi porta chiare le parole dette, guardare Giuseppe ed Emma mi distrarrebbe, mentre trovo eccezionalmente rilassante il perpetuo sorriso disteso di Marco.
La prima frase a distogliermi dal mio piccolo mondo antico di pensieri, è una domanda retorica di Genna della quale perdo l’inizio. Qualcosa di simile a: «… è romanzo, ma è anche letteratura?».
Capisco stia affrontando la questione che un buon romanzo sia anche letteratura, intesa, ritengo come buona letteratura. Commento tra me e me: esticaz*i. Non me ne voglia il visitatore occasionale di questa pagina per un commento così banalmente rozzo. Si tratta di una risposta istintiva a uno stimolo classico di una conversazione letteraria: autodifesa.
Mi estraneo qualche attimo e perdo dei pezzi del filo logico del discorso. Il romanzo, il libro in questione è il "Codice Da Vinci" (non l’ho letto), viene definito uno dei più potenti libri di politica degli ultimi anni.
Fu il principale veicolo di attacco letterario alla posizione della Chiesa Cattolica in un momento storico così determinante (come tutti gli altri, del resto).
Colgo un accenno alla faccenda Saviano. Mi annoio. Incautamente considero l’intera faccenda una mossa pubblicitaria.
Il discorso si sposta.
I libri di letteratura dovrebbero irradiare. Un libro deve irradiare il lettore in qualche modo riuscendo a spostarne l’immaginazione. Genna nomina Piperno per fare un esempio.
Altro esempio è Mozzi. Da un suo libro si esce con domande alle quali non si riesce a rispondere. Io direi che non si riesce a rispondere subito o bene o correttamente (oggettivamente), perché come lettore forse leggo anche per trovare nuove domande alle quali comunque rispondere.
La favola. Genna propone la favola come strumento funzionale in possesso del bambino per procurarsi sensazioni necessarie, come ad esempio la protezione. Non è fondamentale la fine della favola, infatti il bambino tradizionalmente si addormenta prima del suo arrivo.
Genna forse sottovaluta che la favola è conosciuta a memoria dal bambino, finale compreso. Il bambino vuole rivivere l’esperienza vissuta la prima volta soprattutto grazie al rincuorante finale della favola.
Non siamo padri, quindi siamo senza esperienza diretta coordinata continuata. Aggiungo solo che a me piaceva la storia dei tre capretti furbetti e la pretendevo ripetuta all’infinito. E all’epoca non c’erano i videoregistratori o i dvd, si andata soltanto a voce di mamma.
Incantamento. Se ho ben capito è uno scopo della letteratura genniana (gennana? gennianesca? gennosa?). Incantare l’immaginazione dei lettori. L’incantamento tiene insieme, per così dire, i pezzi e i racconti interni all’arte al fine di inglobare al loro interno il lettore.
Non ho colto l’intero impianto del ragionamento. Ma sembra filare.
Emma Locatelli, alle redini della conferenza sferzando con quesiti mirati, sposta l’attenzione sul romanzo "Dies Irae" e sulla domanda topica e tipica dell’uomo: "chi sono?".
I quattro personaggi principali del romanzo inseguono una risposta per l’intero romanzo. Una rappresentazione attuale di un modello tragico classico.
Il lettore ha difficoltà a sperimentare chi è nel quotidiano. La letteratura si fonda sulla domanda "chi sono?" che il lettore più o meno consapevolemente si pone, e, incantandolo, gli offre la possibilità di sperimentare di persona una possibile risposta o una esperienza collegata al quesito. Un libro capace di suscitare una simile sperimentazione penetra nell’incanto e lo irradia.
Così mi par d’aver compreso.
«La letteratura italiana è alla frutta».
Anche l’economia (intesa quella spicciola, davanti al fruttivendolo) è alla frutta. Sono molti gli aspetti dell’italianità alla frutta. Spesso marcia. Ma molto di appetibile resiste e si conserva senza chimica aggiunta. Spero. Latinoamericanizzazione (o globalizzazione che di si voglia).
Genna indica la lingua letteraria italiana come quella dalle origini più antiche. E tuttora parlata. L’esempio calza: un inglese capirebbe assai poco dei testi medioevali nella propria lingua, un italiano avrebbe minori difficoltà a comprendere testi italiani medioevali.
Questo, però, rende esausta la lingua usata in letteratura, perché di natura petrarchesca e poetica, e non rivoluzionata e romanzesca. La letteratura italiana è legata a una lingua poetica coi limiti concettuali che si trascina nei secoli e non sviluppa una lingua seminata e coltivata nel romanzo.
Per quanto io sia uno dei suoi peggiori alfieri, a me piace l’italiano così com’è. Se gli autori in lingua inglese riescono a scrivere ottimi romanzi con una lingua semplice e piatta che vale forse nemmeno la metà dell’italiano, non ritengo possa imputarsi troppa colpa alla lingua italiana se la letteratura prodotta (e sottolineo prodotta) attraverso essa può essere ritenuta alla frutta. Si tratta di due lingue diverse. Infatti non è in oggetto la lingua parlata o digitata da chiunque. L’oggetto è la lingua letteraria degli scrittori per i loro romanzi.
Mi distraggo: forse entra qualcuno, non ricordo.
Viene citato Andrea Zanzotto, ma non mi sono appuntato il motivo.
Poi Calvino è l’esempio di lingua perfetta e intellettualizzata.
Purtroppo non ho riordinato subito gli appunti presi durante la conferenza, e a distanza di giorni mi appaiono zone d’ombra prive di un indizio a illuminarle.
Genna confronta le lingue di Dante e di Petrarca ragionando sulle prime parole della Divina Commedia. Dante traina e incanta il lettore puntando sui contenuti con una lingua piegata a essi, mentre in Petrarca avviene una maggiore attenzione al formale durante l’uso della lingua mai completamente asservita ai contenuti.
La lingua letteraria italiana utilizzata nel romanzo è petrarchesca.
A questo punto della serata, l’autore legge un brano dal suo Dies Irae. Sapendo che usa una lingua non petrarchesca, qualsiasi cosa possa significare la definizione in realtà, non ascolto attento, ma cerco di cogliere l’insieme della sua voce e della sala.
A me la lingua letteraria usata da Genna sembra prepotentemente poetica e prefettamente in grado di restare in piedi da sola a prescindere dai contenuti contingenti veicolati. Ovviamente la mia è una opinione ferma alla superficie.
Allungo il collo e sposto la schiena e a momenti cado dalla sedia. Non posso perdermi di vederlo leggere le sue parole. Attendo qualche secondo, poi mi distraggo e scatto qualche immagine volutamente sfocata. Marco ha sempre un ampio sorriso plasmato sul viso. Estasi.
Si riprende.
Mi appunto: poetica dei generi.
E sotto mi appunto una definizione appena viene detta:
«Falettizzazione della letteratura».
Ridacchio scioccamente. Faletti me lo ricordo nel personaggio SuorDaliso accanto a un Teocoli vestito da prete. Non ho letto alcun romanzo di Faletti. Mi pare di ricordare d’aver letto in rete un appunto ironico: il primo romanzo non sarebbe mai stato pubblicato se fosse stato proposto alle case editrici sotto falso nome. In compenso mai nessuno, che io sappia, ha messo ipotizzato che i suoi libri siano scritti da un gostwriter.
"Love Boat".
Mitica serie televisiva.
Rappresenta la capacità delle produzioni televisive di sottrarre canovacci tipici della letteratura per riproporli migliori. Migliori.
"Lost".
A mio personale parere si tratta di una boiata pazzesca. Pur accadendo nulla di rilevante, l’attenzione è incessante e insistente da diverse stagioni. Il difetto deincentivante per me è l’attrattiva per il pubblico entusiasta.
Genna utilizza Lost per esemplificare la capacità di mantenere continua la suspance. Direi quasi che il tentativo degli scrittori di ammaliare il lettore sublima nella televisione nel concetto di fidelizzazione del pubblico; fidelizzazione che divienea pertamente il principale scopo con la conseguenza di degradare a semplice comparsa ogni altro elemento.
La letteratura contemporanea è fissa e, soprattutto, «prigioniera delle gabbie di genere».
Le gabbie di genere sono una «invenzione della critica».
…A me piace la fantascienza. Non la considero letteratura di genere. Per alcuni neppure è letteratura. La fantascienza, volendo, la si può dividere in numerosi generi. Per me è letteratura senza una particolare distinzione dalla …letteratura. Ha i classici, le perle, le schifezze, le saghe (belle e orrende), le cadute, le riscoperte e bla bla. Pecca mantenendo ristretta la narrazione dei sentimenti tra due persone, ma eccelle nel racconto delle emozioni tra esseri umani.
Una volta digitai che la Divina Commedia la potevo intendere come un’opera di fantascienza. Del resto ritenendo Kafka fantascientifico col suo bacherozzo, posso permettermi di fantascientificare quasi ogni opera letteraria.
A parte i miei goffi e divertiti tentativi di pungolare il muro di gomma letterario costruito sulla sola realtà intesa come oggetto primario da trattare senza metafore o similitudini spaziotemporali complesse per non sminuirne il valore, (finalmente una virgola a farmi respirare) concordo nel ritenere le gabbie di genere un limite all’intera espressività imprimibile nella letteratura.
Giuseppe Genna si impegna pubblicamente a superare questo limite. Ritengo Dies Irae già un buon salto oltre la gabbia. …In attesa spasmodica del prossimo.
Ultimi appunti:
Smascherare il condizionamento generalista iniziato negli anni ’80.
Pietà uguale a empatia.
Ma sono distratto ancora una volta a fine conferenza: mi accorgo della presenza di una prof di italiano del liceo. Penso sia presente per mantenersi aggiornata.
Mi chiedo se Genna finirà un giorno nelle antologie scolastiche. Chissà se gli piacerebbe? …è una domanda scema: in futuro non esisteranno le antologie.
Nessuna domanda dal pubblico, l’ora è tarda e la cena incombe.
Note:
Mi scuso col visitatore occasionale per le numerose omissioni, per le eventuali interpretazioni sbagliate e per il misero spessore di questo scollato collage d’appunti.
L’immagine a corredo è volutamente onirica.