Avvertenza preliminare al megapost:
Quel che segue è frutto dell’immaginazione dello scrivente e ogni riferimento a persone, fatti o circostanze reali è del tutto casuale. I reparti e i mezzi citati sono reali e sono usati ai soli scopi narrativi al fine di offrire una base plausibile alla pura finzione. L’operatività degli stessi è inventata e non vuole rispecchiare procedure o dotazioni di carattere riservato.
Inoltre: auguro lunga e prospera vita all’attuale dirigenza libica.
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22 marzo 2011
Recensione immaginaria
Ho appena letto l’ultimo romanzo di Felix Tired "I Diavoli Bianchi in Cirenaica" pubblicato da Mondadori nella nuova collana e-Militaria.
Nel primo capitolo vengono ripercorsi gli antefatti reali.
Come tutti sanno, nel 2009 Tired diventa il primo blogger civile a ottenere l’incarico di produrre il blog di un reparto operativo dell’Esercito Italiano. Dopo la sperimentazione eseguita sulla scia delle esperienze spagnole dell’anno precedente che riguardavano singole caserme, lo Stato Maggiore ebbe precise indicazioni dal Ministero per adeguare i neonati blog di reparto a fornire una comunicazione più attenta alle esigenze della politica bipolare e in grado di compiacere il maggior numero di elettori. Gli ottimi elementi del giornalismo militare non erano però in grado di sopperire alla necessità di una presenza capillare e venne loro affidata l’importante opera di censura (definita ufficialmente cesura) e controllo finale, mentre la produzione vera e propria venne affidata a blogger civili (esterni al reparto subiscono meno le pressioni interne e di più le indicazioni ministeriali).
Dal secondo capitolo inizia la narrazione romanzata basata sugli avvenimenti di quell’anno. Dopo la morte improvvisa di Gheddafi, la Libia fu scossa e destabilizzata da numerosi gruppi armati facenti capo a organizzazioni locali estremiste, a cartelli criminali e, soprattutto, ad alcuni paesi confinanti. Dopo l’invasione egiziana sotto l’egida dell’ONU, presentata all’opinione pubblica come unica soluzione plausibile nei tempi ristretti imposti dalle circostanze, entrarono nel paese africano le truppe europee per i controllo diretto dei territori strategicamente rilevanti (la famiglia del dittatore avrebbe preferito la lapidazione piuttosto che l’ingresso degli statunitensi e, dal canto loro, gli americani avevano già altri fronti dei quali occuparsi).
Come tutti sanno, all’Italia venne affidato il compito di sovrintendere alla sicurezza della Cirenaica in cooperazione con le forze locali schierate "dalla parte della pace" e con le truppe di occupazione, definite di sorveglianza, egiziane.
"I Diavoli Bianchi in Cirenaica" racconta l’esperienza del blogger al seguito del 4° Reggimento Alpini Paracadutisti che operò in quei luoghi durante la difficile e impegnativa prima missione "Montagne Verdi". L’operazione prese il nome dal gebel (altopiano) al Akhdar.
Nucleo centrale del romanzo è un viaggio di un piccolo, ma prezioso, convoglio massicciamente scortato dai Ranger del "Monte Cervino" e da alcuni Centauro distaccati da uno squadrone di Cavalleria.
Ho trovato indubbiamente appassionante l’intero libro.
L’autore riesce a spingere il lettore a farsi coinvolgere dalle pagine oltre i semplici confini dei loro margini bianchi. Ogni lettore intenzionato a misurarsi con questo testo troverà temi e argomenti, anche se a volte trattati troppo brevemente, di interesse o affascinanti o semplicemente di svago.
Dall’aeroporto di Bengasi fino a Tobruck passando per le rovine di Cirene, i Ranger Alpini accompagnano il lettore in avventure mozzafiato. Non si tratta però di un romanzo militarista o guerrafondaio, anzi l’impressione vissuta dal sottoscritto durante la lettura è estremamente umana e, in un certo senso, persino pacifista secondo il famoso detto che ogni buon soldato detesta la guerra. Messa da parte l’ambiguità dei politici, i soldati italiani abbandonati sul campo, come sempre aggiungo io, all’avvicinarsi di una tornata elettorale, riescono a trovare uno scopo alla propria presenza senza forzare le consegne e senza eccedere nell’arroganza dei forti. Pur non mancando i personaggi negativi tra i nostri soldati, questi vengono relegati a essere rapprentati da una figura grottesca e tutt’altro che un esempio seguito o idolatrato.
Felix Tired indugia in descrizioni particolareggiate dei materiali e degli equipaggiamenti. Non è dato sapere quanto esse siano rispondenti al vero, ma nella bibliolincografia in fondo al libro, vengono citate pubblicazioni e siti liberamente consultabili da chiunque. Probabilmente le descrizioni di Tired sono purgate di quei particolari che non possono essere divulgati e che come blogger di reparto è abituato a conoscere senza diffonderli.
Non essendo un conoscitore di armi leggere e affini, i loro nomi e le loro caratteristiche le ho dimenticate chiusa l’ultima pagina.
Mi ha divertito molto l’apparente passione viscerale, forse non del tutto disinteressata, nel raccontare i mezzi ruotati mostrati nel libro. Scrivo mostrati perché, pur mancando immagini a corredo, lo scrittore sembra voler utilizzare i veicoli come personaggi secondari piuttosto che come ambientazioni o sfondo agli eventi.
Non ho idea di quale sia oggi, nel 2011, l’equipaggiamento mezzi dei Ranger italiani, e tanto meno ho idea di quello che fosse nel 2009 in Africa. E le stesse note finali al libro lasciano intendere alcune licenze creative.
Comunque, a mio avviso, sono fondamentali i Puma (prodotti da un consorzio Iveco – Oto Melara) all’intero impianto del romanzo (preferiti agli Lmv). Blindati leggeri a quattro o a sei ruote assurgono a simbolo delle piccole unità mobili e autonome tipiche delle Forze per Operazioni Speciali. Epico nel romanzo il colpo di mano eseguito per reperire il carburante indispensabile al completamento del viaggio, anche se ammetto mi abbia ricordato le scene di un famoso film di guerra del passato nel quale erano i carri di Rommel a essere quasi a secco.
Certamente meno maneggevoli e comodi di una Land Rover, questi mostri in compenso offrono una maggiore protezione e un impatto bellico e di difesa superiore. Larghi poco oltre i due metri e alti come un uomo di media statura (così vengono presentati) possono andare quasi dove vogliono sulle strade accidentate delle Montagne Verdi libiche sia per compiti di avanscoperta davanti al convoglio (nel libro è presente una squadra a ‘sole’ quattro ruote proprio per questo compito) e sia per compiti di pronta reazione a imboscate. …A tal proposito suggerisco all’eventuale lettore di farsi prendere dall’eccitazione durante la spettacolare corsa dei due Puma 6×6 che, abbandonata la strada, si lanciano giù da un costone in un campo con le mitragliatrici sul punto di surriscaldarsi dal tanto sparare per reagire al fuoco di mortaio proveniente dal basso. Forse è inverosimile come azione, sia dal punto di vista tecnico (un blindato da nove tonnellate credo sia un tantinello inadatto a simili manovre, senza contare lo scuotimento degli uomini a bordo) e sia dal punto di vista prettamente militare, ma resta comunque divertente leggerla e viverla (no n svelo il sottofondo musicale a tutto volume all’interno del Puma di testa, malgrado la tentazione sia forte :D).
Altro aspetto non indifferente del romanzo è la vicenda archeologica, vero motore della storia. Senza nulla svelare della trama, mi permetto però di sottolineare che a me è parsa come il risultato di una approfondita ricerca di carattere storico riguardante i luoghi. …In una altra recensione l’articolista suggeriva in realtà come l’archeologa al seguito degli Alpini (o viceversa) serve a Tired come unico ingrediente per impepare alcune sue pagine e accondiscendere così ai desideri di un pubblico di lettori presumibilmente maschile in massima parte (visto il carattere militare dell’opera). Ovviamente dissento; o concordo soltanto in minima parte. Alcuni membri di un paio di squadre impegnate sono donne e per palesi ragioni logistiche non possono essere mostrate dallo scrittore in atteggiamenti, per così dire, attraenti impegnate come sono a imbracciare un fucile in territorio ostile. Il personaggio dell’archeologa, a mio personale parere, oltre a dare un minimo di soddisfazione al pubblico maschile, offre spunti di riflessione sui ruoli e sulle, mi si perdoni il termine, sinergie che possono crearsi quando lo studio e la scienza di una ricercatrice si incontrano con il fucile e la professionalità di un soldato d’elite nel tentativo di porre un freno alla stoltezza e all’ingordigia di un politico (il tutto nel pieno rispetto della democrazia, ovvio).
Nel romanzo i riferimenti alla presenza italiana in Libia dopo la guerra con la Turchia di un secolo addietro sono rari. Soprattutto manca qualsiasi riferimento al fascismo. In una intervista l’autore spiega che non intendeva mostrare il fianco alla propaganda politica. Forse si tratta di una soluzione di comodo tesa a non inimicarsi qualche esponente politico. Io penso possa trattarsi della ferma intenzione di porre fuori dalle discussioni i reparti citati.
…Qualche visitatore più attento forse si starà chiedendo: e i famosi occhiali a specchio?
Come sempre accade nelle mie recensioni mi lascio trasportare dalle sensazioni e dal ripercorrere il testo appena letto. Le emozioni rievocate nel digitare mi fanno dimenticare l’elemento scatenante il desiderio di digitare a proposito di un libro. Inoltre il povero Felix viene preso in giro per mezzo romanzo a causa di quegli occhiali davvero anacronistici indossati da lui. E così non me la sono sentita di infierire.
Unico neo evidente al mio sguardo in queste pagine è il capitano della Cavalleria. Sembra una brutta copia del colonnello Kilgore di un celeberrimo film. Fanatico, visibilmente disturbato per un trauma subito in Iraq e degradato appare improbabile che sia destinato a delicate funzioni di comando dalla lenta, e spesso ottusa, burocrazia militare. Detestato dai suoi uomini non incorre in alcun loro tentativo di ridimensionamento a comportamenti se non miti, almeno dignitosi. L’unica loro speranza è che durante le sue passeggiate in bicicletta possa rompersi l’osso del collo (spassose le imprecazioni del sottufficiale delegato ad assicurare la biciletta al Centauro Comando e quelle riservate al cecchino libico che non riesce neppure a ferire il fulminato e intemperante emulo del Pirata).
Concludendo, credo sia un buon acquisto e una buona lettura. Lo stile continua a saltare dalla mano del romanziere all’altra del blogger, in uno strano miscuglio. In effetti in alcuni brani l’influenza della brava editor è evidente, ma come lettore non mi sono sentito sconcertato da questo bizzarro insieme. Forse, ma non me ne intendo, parte dalla potenza espressiva trae vantaggio avventurosamente dai due diversi modi di raccontare gli avvenimenti a seconda delle situazioni. Al lettore l’arduo compito di intepretare in una pagina la prevalenza dell’aspetto diaristico per rispecchiare fatti realmente accaduti (o a essi molto simili) o interpretare la prevalenza dell’aspetto romanzato a significare la narrazione di circostanze di raccordo o di riflessione.
Curiosa coincidenza: per definizione bloggo stanco, mentre il motto del vecchio battaglione (ora diventato reggimento) era mai strack (mai stanco).
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Questo strano post nasce per caso nei commenti al precedente e il mio maldestro svolgimento è andato un po’ modificandosi rispetto alle intenzioni iniziali.
Non fornendo particolari, non sento il bisogno di inserire in calce una sitografia.
Non è detto che non abbia desiderio di modificarlo in seguito (ora non ho proprio voglia di rileggere accuratamente questa specie di bozza e poi sono soltanto un blogger per divertimento :) ).
Ringrazio silviu’ per l’amabile conversazione che ha ispirato il presente post. Mi sono divertito un mondo a digitarlo (e a fare alcune ricerche al riguardo, anche se poco o nulla di esse emerge nel mio intervento per mia incapacità e per questioni di tempo e spazio).
Davvero mille grazie silviu’.
Viva i Ranger!
Viva gli Alpini!!