25 giugno 2007

V.M. 18

Categoria: Libri di gattostanco @ 01:45

V.M 18 di ISABELLA SANTACROCE - FAZI EDITORE
Il presente noioso megapost è basato sui miei appunti lasciati nei giorni scorsi in calce a questo precedente intervento e stimolati dal prezioso commentare di Omar.

Ho letto "V.M. 18" di Isabella Santacroce, pubblicato da Fazi Editore attirato dalla copertina.
Poco o nulla sapevo dell’autrice, a parte quel poco da giudicarne poco attraenti le opere senza averle lette. In una torrida Feltrinelli appena inaugurata l’ho stimato un costoso e infantile capriccio squisitamente lascivo e divertente.
A casa, mia moglie, anch’ella attirata dalla copertina e dal sesto senso muliebre, ha letto le prime righe per poi sorridere giudicandolo innocuo per noi. Avesse proseguito la lettura cozzando contro le dissertazioni sul cattolicesimo probabilmente si sarebbe irritata.

In realtà io ho dovuto superare alcune mie sovrastrutture culturali di diverso genere prima di potermi dedicare sereno alla lettura del romanzo. La serenità, dopo una lunga parentesi, ha però distolto l’interesse lasciando spazio a una sostanziale monotonia ben prima di giungere al finale.
Non lo consiglierei.
Del resto penso abbia delle qualità educative (nel paradosso, letti gli avvenimenti narrati) e sia di facile comprensione e presa su un certo pubblico giovanile.
Non ho idea se questo libro sia spazzatura. Sinceramente non saprei deciderlo e tanto meno affermarlo (anche volendo mitigare un giudizio in blande parole).

Ho sfogliato un po’ il blog della Santacroce, mentre leggevo. Ne ho ricavato un’impressione poco realistica, neppure verosimile, di un personaggio autoalimentato di un clone fulminato e lasciato in pasto ai visitatori. Certe blogger sanno far di meglio, ma di scrittrice si tratta e l’apoteosi deve avvenire nei libri venduti e nelle ospitate di qualsiasi genere.
Sono rimasto basito dalle email riportate nel blog. Amore indefesso e odio sbeffeggiante. Pur essendo la loro selezione parziale, mi sarei aspettato la presenza di giudizi intermedi (per quanto siano aborriti da qualsiasi autore o esteta).
A me non è piaciuto, ma non l’ho trovato brutto. La scrittura dopo un poco ha iniziato a infastidirmi, ma non l’ho trovata complessa, piuttosto ipnotica. La storia è grottesca in ogni istante, persino stucchevole nell’essere traboccante di malefatte e cattivi pensieri, ma non l’ho trovata ignobile.

Un libro per ragazzi (proprio perché altamente sconsigliabile a loro) dove viene utilizzato un facile esempio interamente malsano per istruirli a non essere gregge acritico, stupido e ignorante. E, per quanto io non me ne intenda, alcuni ragazzi di oggi mi auguro traggano ancora insegnamenti anche da esempi profondamente immorali e immondi, che magari vanno a scovarsi per i fatti loro in libreria o in biblioteca, riuscendo a raschiarne saggi suggerimenti e acute lezioni.

A seguire riporto i miei appunti, ridotti e un poco modificati, presi prima e durante la lettura. Svelano alcuni avvenimenti del romanzo di minor conto.

14 Giugno 2007 10:32

- Il personaggio "Satancroce" creato dalla Santacroce attorno a lei stessa non ha molto di diverso nella forza estraniante e dirompente da altri miti giovanili e/o artistici del passato.
- Mi rendo conto di essere guidato da numerosissimi pregiudizi categorici e che fatico ad allontanarmene se la curiosità non prende il sopravvento (in mancanza di un barlume di intelligenza viva e pronta).
- Non ho ancora letto il suo ultimo romanzo, ma l’ho sfogliato cercando con l’occhio del maschio qualche descrizione di azioni peccaminose (dichiarate così tanto estetiche e compendiate narrativamente da una scrittura ampollosa) e me ne sono rimasto un po’ perplesso chiedendomi quale sia il target di riferimento della scrittrice (e soprattutto di chi le ha pubblicato il libro): forse sono troppo vecchio o troppo ingenuo o, all’opposto, troppo fantasioso. O più semplicemente estrapolare simili brani letterari non è come estrapolare simili scene visive. Non si possono trattare come fossero fotografie.
- Il caro vecchio De Sade (o come si scrive) mi sembrava più sostanzioso, ma non ha senso il paragone.

17 Giugno 2007 03:43

Al momento sono giunto solamente a pagina 30.
Le prime pagine raccontano, tra molto altro, i giochi di una bamb*na con un soprammobile a forma di delfino e poi con un bamb*no e poi con un pastore tedesco.
Bah.
…Mi sono detto: "sono io a essere all’antica" e così ho cercato in rete un po’ di informazioni, sapendo praticamente nulla dell’autrice (a parte i miei pregiudizi che l’avevano esclusa dal mio interesse), per riuscire a capire, a comprendere oltre i semplici fatti quel che mi aspetta proseguendo la lettura. Mi è parsa subito evidente una mia lacuna, e sono sincero e privo di ironia nel dichiararla, perché mi rendo conto di essere costretto a forzare le mie sovrastrutture culturali per continuare la lettura del romanzo.

Ho trovato in rete una intervista del 2003 attribuita a una professoressa italiana, che insegna negli Stati Uniti, e che l’anno precedente aveva pubblicato un saggio sulla scrittrice.
Mi ha colpito questa affermazione: "Isabella Santacroce è una delle voci della letteratura contemporanea più importanti.".
Evidentemente i temi e i modi di trattarli allora erano diversi dall’ultimo romanzo. Infatti quel che per me è curioso (nel senso di strano e forse un poco bizzarro) è il fatto che la studiosa attualmente insegna letteratura italiana e comparata all’Università Cattolica di Washington.

Comunque la scrittrice ha collaborato con Gianna Nannini e per me questo conta qualcosa anche se l’ultimo lavoro della cantante che ho comprato è "Malafemmina".

Inoltre in blogosfera a proposito dell’ultimo romanzo ho trovato poco fino ad ora.

In somma, non ho risolto il mio problema non trovando che pareri contrapposti e stigmatizzanti la scrittrice, e pertanto inutilizzabili a formarmi un’opinione (o a scardinare quella preconcetta), perché danno per scontata la lettura del romanzo attuale o almeno dei precedenti (o, più probabilmente, sono io a essere limitato di comprendonio).

E comunque nessuno affronta quel determinato aspetto del libro che mi frena, pur non bloccandomi.

18 Giugno 2007 18:06

Vado molto a rilento, sono a pagina 68.

La descrizione fisica della protagonista e il delinearsi dell’ambiente in unione alla scrittura densamente cremosa della scrittrice hanno fatto in modo procedessi nella lettura.
Ora immagino la protagonista non più come una bimbetta. Ora me la vedo come un misto tra Mercoledì del film la Famiglia Addams (e non quella della serie in bianco e nero, perché parte integrante dei miei ricordi d’infanzia, un po’ come i Forti di Forte Coraggio o Rintintin, e quindi ripulsiva a farsi inserire in un contesto tutt’altro che casto) e la ragazza (Winona Ryder) del film Beetlejuice con una forte preponderanza di quest’ultima.
Questa visualizzazione mentale del personaggio con fattezze relativamente adulte mi aiuta a superare i blocchi culturali che mi rendevano faticoso procedere di paragrafo in paragrafo.

Inoltre la rappresentazione dell’ambiente del collegio finora letta mi è parsa grottesca e completamente fuor di realtà e quindi più accettabile.

Resta comunque un processo indugevole a manifestarsi quello della mia solita lettura.

20 Giugno 2007 11:43

Ho fatto un balzo giungendo pagina 193.

Aggirata la costrizione di cui sopra, il ritmo di lettura si è fatto consueto.
Mi sento più libero e a mio agio. Devo fare attenzione a non considerare il romanzo ridicolo o la parodia di un fumetto. Leggendo mi è venuto in mente Zio Tibia e devo stare attento a non stravolgere per caso o per forzatura il mio approccio di lettore a ciò che racconta il romanzo. Del resto anche la visione da videogioco non mi abbandona. Ho fatto una ricerchina e potrei associarla ad una delle ultime uscite di ambientazione scolastica.

A pagina 120 una negativa e spassionata definizione dell’utopista, "definizione" per così dire, che intristisce nella sua pragmatica.

Il manifesto delle Ninfette sembra essere uscito da un castello nazista. E’ una impressione sciocca la mia, probabilmente venutami in mente grazie a qualche documentario sull’esoterismo nazista latente nella memoria che poco o nulla relaziono al testo. Eppure quella è stata.

L’uso delle ripetizioni, anche di interi paragrafi, spesso neppure lievemente modificati, mi snerva. Ripetizioni ridondanti, scientificamente riproposte al lettore non ritengo al solo scopo di percuoterne la pazienza.

Il libro li ingloba citazioni senza malizia. Forse non è vero, non mi sono preso la briga di riconoscerle.

La protagonista presto si descrive annoiata da pratiche del piacere fini a loro stesse al scemare dell’estasi della loro conquista e in mancanza di altre emozioni capaci di rinnovarle e ammaliarle nel tempo (romanticamente, smielandomi addosso, potrei suggerire l’amore tra queste emozioni). Un classico della realtà umana da millenni.

Sento una fortissima nota stonata nella sinfonia finora ascoltata. Leggere "sex-appeal" in un romanzo scritto nel modo in cui è scritto ferisce la mia sensibilità nonostante io sia riuscito a renderla evanescente per questa lettura. E’ una banale carezza di normalità.

La citazione della supremazia del sublime sul bello mi coglie impreparato. Pensavo di trovarmi davanti a un romanzo per ragazzette sceme (nel senso di noiose e presuntuose) o vecchi satiri (che non praticano, supplendo con la lettura). Io spero di essere considerato un noioso vecchietto e non un satiro scemo. Spero soprattutto che almeno un giovane lettore sia incuriosito e si vada a leggere Burke, Kant e compagnia bella.

22 Giugno 2007 12:26

Sono arrivato a pagina 406.

L’azione si sviluppa in un alternarsi di riflessioni parafilosofiche e forse persino erudite, pur se distorte e inaccettabili, aberrazioni contro vittime in successione e pratiche orgiastiche. Il tutto amalgamato da una traboccante scrittura densa e in grado di provocare assuefazione nel lettore.

La fauna umana adulta e delle educande, oltre che l’incolpevole animale, risulta meschina e inerte carne da plasmare per la protagonista Desdemona.

Le vittime dirette e indirette sono "sacrificate" dai carnefici. E’ ovvio. Però alcune, o forse tutte, lo sono anche dai benpensanti inetti e ipocriti. Se il comportamento di Desdemona è brutto in ogni senso ai miei occhi, si manifesta orrido il comportamento delle cosiddette persone normali raccontate nel romanzo. Spaventosi esseri grotteschi e ignobili intrisi nella menzogna senza neppure prenderne mai coscienza o appena un poco.

La protagonista viene colta dalla paura d’innamorarsi, di cedere al sentimento, di improvvisamente ammorbidirsi. L’innamorarsi di un cane lo stimo deposto sopra un piano teorico sotto le mie capacità di comprensione, intendendo l’innamoramento come una forza proprompente e ingestibile che altera i processi del ragionamento e fisiologici in maniera naturale.

Mi diverte la protagonista nel momento in cui si chiede se la sua vittima sarebbe riuscita a scorgere il platonico iperuranio.

Le astrazioni sulla natura umana sottomessa al plagio, alla tortura o alle droghe non mi sembrano particolarmente illuminanti. Forse sono interessanti, ma nel complesso abbastanza ripetute da tempo. In certe circostanze e situazioni il mostro alberga nella stragrande maggioranza delle persone e agisce, foss’anche unicamente per istinto di sopravvivenza o per l’incepparsi dei meccanismi morali davanti alla manipolazione, alla sofferenza o al degrado.

Le lettere ricevute da casa da Desdemona sono un portento. Sono poche e descritte modificando uno stesso capitoletto (mi sono abituato alle continue ripetizioni). Leggendo la quarta non trattengo un sorriso sembrandomi comica: la manifestazione di quella che si potrebbe chiamare cattiveria in una persona normale a questo punto mi diventa comica.
Del resto è pur vero che è difficile certificare quanto le persone sanno o saprebbero essere cattive potendolo essere impunemente.

Alcune pagine sono dedicate alla dissezione della morale cattolica. La compie la protagonista torturatrice e assassina. Simpatica parentesi.

Trasfiguro l’episodio incentrato sullo strazio dei parenti di alcune vittime in un siparietto comico. L’esaltante risultato e compiacimento ottenuto e descritto unito ai comportamenti umani sociali diventa una comica muta in bianco e nero caratterizzata dalla tipica accentuazione dei gesti e con la ciliegina dei poliziotti che corrono avanti e indietro.

A pagina 406 un cane assurge a degno compagno.
Non riesco proprio a concepire certe cose del romanzo.
Mi scuoto e nutro il mio gatto accarezzandolo appena un attimo (quando mangia non gradisce distrazioni del suo schiavo umano mezzo scimunito).

23 Giugno 2007 11:21

L’ho finito ieri sera.
Se non avessi provato le difficoltà iniziali, probabilmente sarei stato immerso nella noia fin dall’inizio e l’avrei abbandonato o letto con minore desiderio di saggiare le mie reazioni al testo.
Ieri sera ho comunque fatto un po’ fatica; oramai volevo giungerne al termine per togliermi il pensiero e la soddisfazione di poter dire d’averlo finito.
Certo che se gli altri sono simili, non credo che li comprerò.

V.M. 18 è assai impiastricciato di molti "salveoregina" capovolti.

Forse, per un paio di centinaia di pagine, mi è piaciuta la scrittura che di ogni frase crea un complesso stucco ornamentale, per sua natura un po’ stucchevole, usando ghirigori semplici e comprensibili. Alla lunga diventa ripetitiva e appiccicosa, come una gamella continuamente riempita di panna montata.

Vedo tenera e beneaugurante l’immagine della ragazza, dell’educanda, della studentessa diligente, mentre s’infervora di una tragedia di Seneca. Spero possa incuriosire qualche lettore di V.M. 18 e condurlo a dare almeno un’occhiata alla letteratura classica (ho sempre molta speranza, io)

Malinconica, invece, la protagonista che per qualche paragrafo si scopre non soltanto senza amore, ma addolorata di non sapere cosa sia (come fosse possibile saperlo oggettivamente e a freddo) e quasi sul punto di bramarlo.

Per il resto la storia si conclude nei modi preannunciati con largo anticipo e con l’apertura a un eventuale seguito (scelta buona e giusta nel caso il romanzo diventi un bestseller).

Bah.
Comunque la copertina mantiene il suo fascino (non mi dilungo nelle solite tiritere sull’estetica migliore della cattiva malizia rispetto a quella del buon candore delle quali infarcito il romanzo e infiniti esempi letterari precedenti): "Daddy’s girl" di Michael Hussar.

La scrittura, la storia, le riflessioni sociali e il bla bla bla mai perdono coerenza.
A suo modo porta avanti un messaggio positivo per un giovane lettore virgulto della società, istillandogli il concetto di non lasciarsi in alcun caso ammansire da qualcuno nel Bene e nel Male (il destino riservato ai due giovani maschietti è da brivido).
Gli argomenti e i toni usati sono forti per me che giovane virgulto non sono da un pezzo. Non escludo, però, che siano adatti a veicolare dei messaggi verso coloro che invece oggigiorno lo sono.

24 Commenti »
  1. mi pento di averti seguito poco… cmq complimenti per il coraggio. davvero.

    di caino — 25 giugno 2007 17:03


  2. caino, ho soltanto avuto coraggio di inseire un post così disarticolato :)

    di gattostanco — 25 giugno 2007 18:20


  3. no, intendo il coraggio per averlo letto tutto, anche quello che sta dopo la copertina.
    …di chi è la copertina?

    di caino — 27 giugno 2007 12:30


  4. wow è da stamattina che m’imbatto in post sulla santacroce (ma il nome è vero? considerata la religiosità, intendo). Non l’ho letta ma leggendo post interviste etc. è finita che ho ordinato 78 euro di libri e i suoi no. Mi sa proprio che non mi piacerebbe… magari aspetto l’edizione supertascabilesecondamano. Ciao e grazie per l’esaustivo post.

    di cinzia pierangelini — 28 giugno 2007 23:55


  5. cinzia, grazie a te per il commento :)

    Puoi trovare lo stesso post con l’aggiunta di alcuni interessanti commenti sulla Bottega di Lettura

    …Il reale cognome della Santacroce mi dicono essere un altro.

    di gattostanco — 29 giugno 2007 14:35


  6. visto…

    di cinzia pierangelini — 29 giugno 2007 22:05


  7. La Santacroce è una scrittrice sprecata. Se fosse sul serio alla ricerca del sublime, sarebbe capace di grandi cose. Credo abbia toppato con un mattone infinito di traboccanti immagini ripetute e piene di immoralità e voglia di far scalpore. Posso consigliarti caldamente Lovers, che è una perla preziosa, a mio parere.

    di Maria Chiara — 24 luglio 2007 14:09


  8. la Santacroce è un genio, vm 18 un capolavoro, altro che lovers!!!
    leggendovi mi sembra di leggere pensieri partoriti da idioti. povera santa cosa deve sopportare!!!

    di roberta — 24 luglio 2007 14:12


  9. Ciao gatto, mi è piaciuto molto il tuo post. Io il libro lo sto leggendo adesso, sono a pagina 60 più o meno, e la cosa che mi ha subito colpito, e che invece vedo che tu non riporti nel tuo “taccuino”, è la struttura del libro che, mi pare, tolto il fatto che è scritto in prosa, (diciamo così) mi sembra formato da rigorossime terzine e quartine. Inoltre, ho notato che ha la stessa identica struttura della divina commedia (3+1 armonico, che nella divina commedia forma 100 canti). Ecco, questi dati mi hanno fatto riflettere che forse si dovrebbe analizzare il libro squisitamente da un punto di vista letterario, con tutti i suoi pregi e difetti, s’intende. Questo tipo di impostazione mi sembra che tu la riconosci quando dici che la scrittura ha un incedere ipnotico. Questo diviene più evidente se il libro viene letto a voce alta. Vorrei sapere cosa ne pensi.
    (altra curiosità, sono un vergine, porta pazienza, è che anche il paradiso perduto di milton era formato dalla struttura del 3+1, in totale lui 10 canti, e mi sembra, forse al di là della volontà dell’autrice stessa, che questi tre libri formino un continuum, non so, forse la santacroce pensava a questo. intendo, milton, adamo viene scacciato dall’eden, battaglia fra il diavolo e dio con cacciata del primo dal paradiso, divina commedia, l’uomo torna a esplorare i regni celesti e conclude il suo viaggio in paradiso, tra l’altro particolare non da poco che il libro sia dedicato a una donna, santacroce, l’uomo scende nuovamente all’inferno. per chiarezza. non sto dicendo che la santacroce è dante, sto dicendo che forse a queste cose lei ha pensato. chissà. poi se ti interessa ti dico cosa penso io del libro) :-)

    di Alessandro Ansuini — 26 luglio 2007 17:43


  10. Alessandro, sono contento ti sia piaciuto.
    E’ quel genere di interventi che piace o non piace, senza troppe vie intermedie (a parte la distorsione al solo scopo della polemica che ha subito).

    In tutta sincerità non ho fatto caso alla struttura in terzine e quartine simile alla Divina Commedia. Non saprei riconoscerla foss’anche evidentissima.
    L’analisi del testo da un punto di vista letterario è compito di chi è in grado di farlo.
    Io leggo i libri, non li analizzo. Non solo non saprei farlo, ma mi tedierei a farlo. Quando digito un post riguardo a un libro mi diverto immensamente, ma mi costano una altrettanto immensa fatica: cerco di buttare fuori le sensazioni provate e non mi azzardo ad analizzarlo da un punto di vista letterario, compito che lascio volentieri ad altri.
    Rispondo unicamente alla domanda “cosa mi accade o mi è accaduto durante la lettura?” dando soltanto qualche impressione di quel che è l’impianto stilistico o letterario o come si chiama del testo (e, appunto, essendo impressioni personali possono essere anche lontane dalla realtà che una analisi letteraria decente e pseudo oggettiva può identificare).

    Leggere a voce alta è per me eventualità assai rara. E alcune parti di quel romanzo avrebbero fatto impallidire i miei vicini di casa.
    Ricordo che questo post è nato da un certo mio turbamento emotivo nell’affrontare quella storia che nelle prime pagine ha protagonista una bambina intenta a “svagarsi” con un cane e del perché descrizioni simili siano accettate dalla società se narrate e non lo sono se rappresentate in altra maniera.
    Quindi ero più emozionalmente propenso a cogliere l’incedere ipnotico del romanzo. Incedere che proseguendo poco a poco si è trasformato ai miei occhi da ipnotico a melenso.

    Riguardo al triangolo Dante Milton Santacroce non azzardo opinioni.

    A me interessa sempre cosa pensano gli altri di un libro, a maggior ragione se l’ho letto anch’io.

    Ho visitato i tuoi luoghi blogosferici (per il visitatore: letteratura e fotografia) e certo il tuo parere penso sarebbe molto interessante. Se posti i tuoi pensieri al riguardo ti sarei grato se me lo segnalassi in questi commenti o via email.

    Ecco, per fare un esempio e ritornando alla faccenda della analisi letteraria, delle tue immagini ho apprezzato l’insieme, il connubio col i loro titoli, le modelle eheheh, le inquadrature… in somma quelle cose che un tizio che non s’intende di fotografia vede e usa per ricavarne suggestione. Ma se una foto è sovraesposta o chissà cos’altro, se il tizio non capisce molto di foto, non lo nota o semplicemente dice che gli piace o non gli piace senza saperne il perché, senza sapere le ragioni tecniche che contribuiscono a trasmettergli qualcosa dall’interno dell’immagine …mi sono arrotolato con questo discorso, ma spero ti sia abbastanza comprensibile quel che volevo dire.

    di gattostanco — 27 luglio 2007 11:25


  11. direi di sì. infatti il tuo intervento mi è piaciuto perché mi è sembrato puro, nel senso, mi pare tu ti sia sforzato di andare oltre la chiacchiera o il personaggio, (della santacroce intendo) dicendo man mano quello che sentivi. è un metodo che sta usando anche mauro mazzetti dei figli belli mentre legge the infinite jest di wallace, lo trovo che sia molto istruttivo e chiarificatore, e soprattutto, si parla a caldo col rischio anche di ricredersi, dunque si rischia. comunque ecco, appena avrò pronto qualcosa te lo faccio avere, non scrivo recensioni di solito, (raramente, l’ho fatto solo per due vecchi libri di delillo e wallace, per l’appunto) aspettavo un libro che incuriosisse, e credo di averlo trovato. La cosa stupefacente è che non ci siano giudizi intermedi, sulla santacroce, c’è chi la odia e c’è chi la ama. questa, oggettivamente, mi dico, è una virtù riservata ai grandi. quindi è caso di approndire. Un’impressione che ho io a caldo è che alla fine ci si possa davvero intravedere un messggio positivo, nel libro, ma ecco, già azzardo non avendo letto tutto, quindi taccio. a risentirci presto e grazie per esserti fatto un giro nei miei luoghi blogsferici. :-)

    di Alessandro Ansuini — 27 luglio 2007 16:27


  12. [asterischi inseriti dal gatto, ché non accetta forti giudizi personali nei commenti e desidera scansare polemiche.]

    maria chiara! esatto! brava. concordo. se lei non fosse una [***] e gasata sarebbe un ottima scrittrice, lovers aveva molto potenziale e anche revolver era linguisticamente molto sperimentale. ma lei è [***], cioè per me son state le [***], ricordo un intervista tv del 2000 in cui vestita da ballerina di flamenco aveva [***]. cmq nel sito suo è pieno di commenti adoranti. leggete questi commenti sul forum di gore horror, sono dei grandi: http://lnx.ilcancello.com/postmode112701-threaded.htm

    di elenamuti — 21 agosto 2007 17:07


  13. Ciao gatto, il libro poi l’ho finito ma d’improvviso ho capito che non avevo molto da dire, a livello critico. Sono riuscito a farmi un’idea, o almeno credo, del perché di tanto astio verso il libro, che immagino dovuto principalmente al linguaggio che propone, più che ai contenuti che, francamente, non sono così distanti da altre cose che leggiamo o guardiamo, in termini di violenza. Poi ci sarebbe da fare un’analisi a tutto tondo che comprendesse il fatto che il libro è scritto da una “donna in rivolta”, per dirla alla camus, che questa donna sia, buon per lei, molto attraente, che il personaggio Santacroce spesso viene confuso con i personaggi dei suoi libri, che i libri stessi della Santacroce, con buona pace di molti, sono scritti molto bene e grondano dolore. Insomma, la mia analisi non si soffermerebbe solo su V.M.18 che comunque, a mio modo di vedere, segna una svolta nella produzione della Santacroce ma tenderebbe a parlare più del fenomeno, che è cosa altra al parlare del libro. Ho trovato, in rete, un’analisi di un poeta critico che forse conosci e che io rispetto molto, Massimo Sannelli che, lungi anche lui dal fare una recensione, intravede nel libro della Santacroce un accadimento “anomalo” per la nostra letteratura. L’intervento lo trovi qui: http://www.nazioneindiana.com/2007/09/18/su-vm-18-di-isabella-santacroce

    Mi spiace non esser stato più esauriente. ciao e buona serata

    A

    di Alessandro Ansuini — 19 settembre 2007 20:21


  14. Alessandro, riguardo alla violenza espressa, ribadisco (eh, mi spiace, sono pedante) la mia impressione che certa violenza o certi atti non possano essere visti facilmente, mentre -appunto- possono essere letti facilmente (e da chiunque). Questo avviene, naturalmente, escludendo la rete che in ogni caso una certa occlusione a un dato tipo di materiali visivi o ludici la esibisce.
    Riguardo al fatto che la Santacroce possa essere considerata attraente, all’analisi del suo mostrarsi “personaggio” (che suggerisce l’inferenza verso la protagonista del romanzo -non ho letto gli altri-) e al resto …ho poco da dire non avendo desiderio di osservare con attenzione il quadro nella sua interezza.
    Ho letto con curiosità e interesse l’articolo di Sannelli, pur trovandolo incensato di poesia e pragmaticamente superiore sia alla Santacroce e sia all’intera letteratura. Comuqnue mi sento abbastanza in linea con quel che ne ho capito.

    Ti ringrazio d’essere tornato a lasciare un tuo commento. Sei stato esaurientissimo. Grazie.

    di gattostanco — 20 settembre 2007 16:04


  15. Ciao gatto, eppure io, riguardo alla violenza, non capisco perchè quando uscì American psycho di bret eston ellis, contenente tirate di 30 pagine di sevizie nessuno abbia urlato allo scandalo. Mi viene da pensare dunque che tanto fervore è indotto da una serie di fattori quali, la bellezza della narratrice, lo stile, che a differenza del, chiamiamolo così, “postmoderno” di ellis, è settecentesco. Poi permettimi, ho notato che definisci sannelli superiore letterariamente alla santacroce, avendo letto, immagino, pochissimo di entrambi. Ti dico questo perché a me i giudizi veloci, che tra l’altro do anche io, danno fastidio, e spesso ci si accorge di aver detto delle sciocchezze. Io scrivo e, oggettivamente, da compositore di parole, mi sento di dire che qualitativamente libri come luminal o revolver, per dirne due, sono un’eccellenza della nostra letteratura, mentre invece ci si sofferma troppo spesso al personaggio della santacroce, e questo mi sembra sciocco. Con questo non voglio dire che Sannelli sia inferiore alla Santacroce, secondo me agiscono letterariamente in due aree diverse, geograficamente parlando, con risultati eccellenti entrambi. Tutto questo per dire che a volte bisogna sforzarsi di guardare oltre alla superficie, ma ecco, deve anche interessare. Questa osservazione non è rivolta direttamente a te, ma un modo di affrontare il tema santacroce che ho un poco approfondito e che mi pare essere, purtroppo, come te l’ho descitto.
    A presto

    A

    di Alessandro Ansuini — 20 settembre 2007 16:42


  16. Alessandro, mi sono spiegato male! Scusami.
    Intendevo dire che Sannelli mi ha dato l’impressione di voler piazzare il post su un piano diverso ‘superiore’ (o anche inferiore, ma di solito tradizionalmente un poeta è “superiore” alle cose in senso fisico del termine nell’azione di guardarle e/o di scriverne in proposito o è “dentro”) sia rispetto al testo preso a oggetto e sia da quel mondo letterario che, egli stesso chiarisce, potrebbe non gradire il suo intervento.
    Spero di aver chiarito. Non vado oltre per non rischiare di arrotolarmi sulle parole.

    Per il resto, a volte mi capita di leggere libri di persone delle quali nulla conosco al riguardo (vita, scritti, faccia e via dicendo). A me piace anche così, anzi spesso lo preferisco. …Ma non vorrei aprire un altro fronte :)

    di gattostanco — 20 settembre 2007 18:57


  17. ciao gatto!
    la vicenda poi si sviluppò qui, anche mazzetti (ne parlammo) sta facendo un’operazione simile alla tua di lettura e trasposizione di sensazioni.
    http://cassiodorov.splinder.com/

    devi scorrere un po’ i post, ciao e buona serata.

    A

    di Alessandro Ansuini — 11 dicembre 2007 17:17


  18. Alessandro, ho seguito il tuo suggerimento e sono andato a leggere a ritroso fino al primo post dedicato all’acquisto di V.M. 18 (commenti compresi).
    Delinea una lettura del romanzo più diluita nel tempo (mi pare) e certo più consapevole rispetto alla mia.

    Ho guardato il mostro in fondo al pozzo e ogni tanto, grazie anche al tuo commento :D, il mostro si volge a guardare me.

    Mi piacerebbe leggere qualcosa di simile, ma scritto da qualcuno più simile a me di quanto è la Santacroce. E’ un po’ che ci penso, ma resisto alla tentazione di fare qualche ricerchina in rete per trovare un libro contemporaneo e che possa soddisfare questa mia curiosità.

    di gattostanco — 11 dicembre 2007 18:39


  19. Quando dici simile intendi nelle tematiche?

    di Alessandro Ansuini — 14 dicembre 2007 06:05


  20. Alessandro, sì mi riferivo alle tematiche. Decolorate dello stile di questo romanzo specifico e private delle influenze del personaggio che la stessa scrittrice è, rappresentate magari da un uomo assai che sia meno “gotico” e innestate in una trama piana come in questo caso (no horror e neppure giallo).
    Tematiche narrate attraverso gli occhi, però, non di una adolescente, quanto quelli di un over trenta.

    In un certo senso mi incuriosisce il guardare un mostro sapendolo “simile” a me sia nei tratti e sia nel suo creatore. Se V.M. 18 l’ho considerato una sorta di romanzo di formazione (per così dire), che ha turbato le mie sovrastrutture culturali almeno all’inizio della sua lettura, mi incuriosisce l’ipotesi di spaventare me stesso con qualcosa che abbia uno sguardo “adulto” e maschile. Dando per scontato che in ogni persona alberga un mostriciattolo grande o piccolo, sarei curioso di poter trovare, facendo attenzione a non stuzzicarlo troppo :D, il mostro che è dentro me (rispecchiandosi in un libro potrebbe muoversi e dar prova d’esistenza).
    Lo spavento sarebbe il vederlo agitarsi. Mentre la speranza è di annoiarmi o di “divertirmi” come posso fare guardando un film dell’orrore, attività che non ha mai dato scossoni ad alcun mostro dentro me, pur divertendomi (nel senso ‘buono’ di tutti quelli che si divertono a guardare un film dell’orrore …non vorrei esser frainteso).

    Accennavo al fatto che resisto alla tentazione di fare ricerche in proposito, proprio per quella sorta di remora a non volere correre il rischio di scoprire reazioni in me che potrebbero apparirmi disgustose.
    Una volta ho scaricato e provato un gioco nel quale si torturava un personaggio. Per provare. Per cercare di capire cosa potesse interessare di una esperienza simile. Ho provato soltanto noia. …Ma la potenza della lente d’ingrandimento, per guardare in fondo al proprio pozzo il mostro che vi abita, di un romanzo credo sia incomparabile a quella di un videogioco. Incomparabile proprio nel senso che hanno scale di unità di misura nella creazione dell’orrore completamente diverse. Mentre il primo forse può soltanto rappresentarlo, il secondo per reggersi deve (o almeno dovrebbe tentare) anche cercare di andare a scavare nel lettore stesso elementi di persistenza.

    boh, forse farnetico :)
    Se non trovo il mostro dentro di me dovrei esserne ben felice e contento e morta così la cosa, senza farmi venire curiosità poco serie e fors’anche irrazionali.

    di gattostanco — 14 dicembre 2007 11:08


  21. Hai letto Lolita di Nabokov?
    :-)

    Un altro che mi viene in mente è American Psycho di Bret Easton Ellis.

    di Alessandro Ansuini — 14 dicembre 2007 15:45


  22. Alessandro, pensavo a qualcosa di più recente e italiano :)

    di gattostanco — 15 dicembre 2007 10:12


  23. Ahia. Sono impreparatissimo :-)

    di Alessandro Ansuini — 16 dicembre 2007 17:05


  24. Caro gattostanco, con ogni probabilità non leggerai questo post, visto il tremendo ritardo con cui lo scrivo. L’ultimo commento compie oggi due anni e due giorni.
    Voglio complimentarmi con te per aver saputo dare un’interpretazione chirurgicamente asettica di questo libro. Sia chiaro, non intendo dire che provi ad applicare a un pezzo d’arte modelli interpretativi freddi e disincantati, quanto piuttosto che come critico hai operato molto professionalmente, tenendo conto di tutte quelle che potrebbero essere le tue debolezze o i fattori “errati” che potresti aver messo in gioco in questa recensione, quali una possibile disinformazione e il pregiudizio. Mi piacerebbe non incappare nei trucchi, oculati o inconsciamente inseriti dagli scrittori, che si possono riscontrare nei libri: eppure, quando hai affermato che la retorica della Santacroce induce dipendenza mi sono molto, molto riconosciuto.
    Mi permetto di esprimere un giudizio mio sull’autrice. Da ciò che ho potuto leggere, dalle sue interviste e dalle sue opinioni, ecco, io credo che lei avesse previsto tutto questo. Credo che scrivendo la sua opera, volutamente carica di elementi che inevitabilmente sarebbero finiti oggetto di tutte le critiche possibili, sia di banalità sia di eccessività sia di follia, lei avesse previsto che sarebbe immediatamente finita al banco degli imputati, con tantissimi capi d’accusa tutti diversi. Le movenze istrioniche che presenta alle interviste indiretta, la solennità ispirata con cui afferma ciò che dice non sono una conseguenza di una sua qualche forma di malattia mentale, io penso, come molti hanno detto, né un’immagine che lei stessa crea di sé: è tutta una provocazione, tutta una continua dimostrazione di come lei prosegue imperterrita per la sua strada. Dubito che un cambio stilistico come quello che abbiamo visto in lei passando da “Fluo” a questo suo ultimo libro sia una cosa inconscia, un reale cambiamento stilistico: dal momento in cui ha cominciato a scrivere “V. M. 18″ lei SAPEVA come sarebbe andata. Almeno, ciò è quel che ho potuto dedurre da ciò che ho visto, e come impressione nata da una mia personale interpretazione dei fatti va presa molto alla leggera.

    di *O*Thanatos*Poseidon* — 18 dicembre 2009 11:45


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