31 ottobre 2007
Brodaglia di post Alpino
La prima volta Marco Paolini l’ho ascoltato alla radio. Era il pezzo dedicato alla tragedia del Vajont. Da allora non me lo perdo quando passa in televisione.
Ieri sera ho visto la sua rappresentazione tratta da un libro. …Erano i miei primissimi tempi a naja e il salto dalla vita civile parauniversitaria alla esperienza del servizio militare di leva obbligatoria lo sentivo. Mi ero ritrovato come insaccato. Tranquillo, sia chiaro. L’ambiente era molto protettivo, ma certo insolito e stancante. La difficoltà maggiore fu adattarsi a un regime di sonno perennemente sballato. Ancora oggi, a distanza di quindici anni, mi è più semplice dormire poco e bene che tanto e bene o il giusto e bene. Allora mia madre, che era già mezza fusa, ma che proprio stupida non lo è mai stata, mi regala "il Sergente nella Neve" di Rigoni Stern. E così potevo paragonare la mia penna nera sul cappello a quella di chi mi aveva preceduto in un momento realmente tragico. Avevo ben poco tempo da dedicare alla lettura o per pensare, ma quel poco bastava a farmi rendere conto dell’estrema fortuna che avevo. Inoltre erano stati aboliti i muli, e quindi già questo fatto mi rendeva un Alpino all’acqua di rose.
Prima della trasmissione ho avuto la stupidissima idea di guardare Otto e Mezzo. Quel genere di talk lo guardo mai, figuriamoci ascoltarlo con attenzione. Ma ho pensato potesse essere interessante (non mi piace quel che dice Ferrara, ma mi piace come lo dice e come interrompe gli ospiti alla quarta frase e le sue compagne di trasmissione appena si fanno avanti -palesemente scelte, questa è la mia impressione, proprio con lo scopo di farsi trattare in quel modo-) e invece ho assistito a uno spettacolo grottesco. Come unico esempio: Carlo Freccero ha detto che la cultura si può fare solo per eventi e che un evento televisivo senza dubbio supera la forza di un romanzo (più o meno, ero come inebetito e non ho memorizzato le parole esatte). Comunque nel complesso quel che ho ascoltato mi è sembrato soltanto il solito e ripetitivo blablabla sulla televisione che è immondizia a parte alcuni rari momenti come il Paolini (ma, mi ripeto, in una versione grottesca che non saprei definire meglio).
Giunto a capire che stavo perdendo il mio tempo, ho visto l’inizio di un film d’azione su Italia1 (alla Rai c’erano le solite parole vuote). Un fumettone (formalmente contro la guerra) fatto di botte, sangue ed esplosioni. Paradossalmente mi sembrava una preparazione interiore migliore all’evento culturale che desideravo vedere rispetto a ciò che la stessa La7 aveva preparato. Giudico osceno che un buon pezzo di teatro mandanto in tv venga oramai visto come un evento culturale televisivo, mentre dovrebbe essere la norma. Al proposito imperdibile la dichiarazione, sempre si Freccero, che il palcoscenico traccia una sorta di ulteriore filtro tra il pubblico televisivo e gli attori in scena. Però se mi riguardo le vecchie commedie di Govi, quella dichiarazione la sento come una semplice finta giustificazione di facciata alla relativa mancanza di audience a uno spettacolo minimamente decente o culturale -e infatti il Paolini non era sulla Rai questa volta, perché ha ampiamente dimostrato di riuscire a fare ascolti e a dare prestigio alla rete che lo ospita-).
Al reparto finisco nella Compagnia Comando e Servizi. Per gli altri, a partire dal comandante di quello che all’epoca era un battaglione, quelli della ccs erano degli imboscati. Mi facevo un mazzo tanto e pensare che neppure avevo iniziato a fare le guardie e per questo mi sembrava improbabile di essere in una posizione davvero tanto privilegiata rispetto agli altri. Poi poco prima di Natale rividi un commilitone delle poche settimane di addestramento a Cuneo. Sembrava un altro. La sua compagnia di fucilieri pochi giorni dopo il nostro arrivo al battaglione era stata fuori per esercitazioni. Ricordo vagamente il suo racconto raccapricciato di camminate estenuanti e dormiveglia notturni in montagna in ruderi diroccati. L’attrezzatura era buona rispetto a quello che io poi trovai in fanteria, ma quel ragazzo aveva avuto freddo, per usare un eufemismo, e sembrava avere ancora una parte di cervello surgelata. Non ero imboscato, ma certo privilegiato.
Paolini racconta il Natale sul Don del 1942. Nel 1992 ero al calduccio della mensa, mezzo ubriaco di spumante a mangiare l’ottimo panettone della locale industria alimentare. Venne il comandante a farci gli auguri. Era un vero peccato che non ci avessero insegnato un po’ di canzoni degli Alpini. Sarebbe stato bello cantare (‘Tu scendi dalle stelle’ biascicata in una mensa semi deserta di gente che pensa a casa non suona benone, posso assicurare). Me lo sono sempre chiesto il motivo di questa mancanza. Certo mi sono sempre chiesto anche perché ai najoni non venisse data una infarinatura di pronto soccorso, ma in quel momento aveva minore importanza.
Viva gli Alpini
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Ce l’ho fatta a non perdere “il sergente” di Paolini su la7.
Non mi ha deluso soprattutto per la sua capacità di mescolare le sue emozioni della sua personale ritirata a rovescio in Russia e il racconto del libro di Rigoni-Stern.Anch’io ho ripensato al mio anno di militare e al microcosmo nel quale si è catapultati a vivere.
di l'apprendista — 31 ottobre 2007 12:25
Soprattutto agli incontri, alle persone che non avrebbero incrociato altrimenti la mia strada. -
Aggiungo: ce l’ho fatta, complice una provvida riunione della mia signora e i bimbi a letto in perfetto orario.
di l'apprendista — 31 ottobre 2007 12:31 -
Io l’ho visto per scelta (nel senso che la TV la guardo di rado anche perche’ monopolizzata dalla prole). Acceso puntualmente. Visto tutto fino alla fine.
A suo tempo ho scelto il servizio civile (e quando ho fatto domanda erano 18 mesi) quindi non sono cosi’ vicino a un certo tipo di retorica. Il libro lo letto un paio di ere geologiche fa.
Lo spettacolo e’ stato superbo e mi sono accorto solo alla fine che non era stato interrotto da un solo secondo di pubblicita’. Roba da far venire voglia di pagare il canone!
di Francesco — 31 ottobre 2007 19:20 -
l’apprendista, e pensare che quel microcosmo è durato appena un anno.
Insomma di cose se ne fanno dopo, ma quella particolare brodaglia di situazioni e persone difficilmente si ripete. E questo per certi versi è un bene.Francesco, forse proprio perché hai scelto di fare il servizio civile sei umanamente in grado di comprendere quel tipo di retorica senza esserle vicino.
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Andando oltre, ricordo alcuni discorsi e un certo martellamento “retorico” sentiti quando insieme agli altri venni “volontarizzato” per la missione in Mozambico. Un po’ come quando il sergente scende sulla riva e sente il russo sceso dalla macchina che si mette a parlare prima degli attacchi alle postazioni italiane. Il contesto è naturalmente lontano un abisso, ma la retorica militare è una grande arma. E come civili (senza essere in contrapposizione ai militari) non dobbiamo esserle vicino, quanto piuttosto fare attenzione a riconoscerla, perché enormemente più pericolosa quando usata dalla politica di professione contro la gente comune (civili e militari).
di gattostanco — 31 ottobre 2007 20:00 -
Che bello questo post, tesoro…:-*
di PlacidaSignora — 1 novembre 2007 14:35
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