Premessa: orrendo lungo post confuso.
Inoltre: di fumetti non me intendo.
Insomma, si tratta di un post digitato in attesa del ritorno del pc ludico dall’officina.
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A me piace la rivista Wired (in inglese). L’ultimo numero, euro 8,5 per più di 250 pagine, è un pozzo di informazioni, curiosità e americanate varie a carattere tecnoculturale (le influenze della tecnologia sulla cultura intesa in senso globale comprendendo gli usi, i costumi, le abitudini e le specificità di un agglomerato umano, dove l’agglomerato può essere fisico, ad esempio una nazione o un paesino, oppure può essere, appunto, interculturale e definito dalla condivisione soltanto di poche, o tante, peculiarità). Wired riflette verso il lettore la tecnologia e alcune sue influenze sul mondo con una deformazione statunitense non particolarmente chiusa.
Il numero di novembre (2007) in copertina presenta un servizio dedicato al superamento (l’anno precedente) del tempo record per la Cannonball (illegalissima attraversata a tutta velocità degli Stati Uniti da costa a costa), una serie di mini articoli a proposito di carne clonata, hotel spaziali e le migliori ipotesi riguardanti cospirazioni.
La copertina è dedicata ai manga (i fumetti giapponesi) e a un articolone: “Manga conquers America” (“Manga conquista America”).
L’articolo è interessante. Lo è almeno per me. Avendo in questi giorni ristrettezze computerologiche, la carta stampata ritorna a mostrare tutto il suo incommensurabile fascino rispetto a quello del video (sono due fascini che non credo possano essere paragonati avendo unità di misura di interesse e utilizzo e, perché no, piacere che non possono essere posati sullo stesso piano).
Sorprendente è per me la scelta di narrare la recente invasione dal Giappone partendo da lontano utilizzando lo stesso strumento; quindi un fumetto e per giunta al contrario rispetto al consueto senso di lettura al quale il lettore occidentale è abituato, disegnato quindi da destra verso sinistra con le pagine da sfogliare al contrario e con le vignette posizionate sulla pagina anch’esse da destra verso sinistra: “How Manga Conquered the U.S.” (dalla pagina è possibile scaricare un pdf di una decina di pagine per quasi due mega di peso).
Da quanto ho letto (e capito) i fumettari giapponesi detestano il flop, la pratica cioè di capovolgere le loro creazioni per poterle stampare alla maniera occidentale. E Wired in questo caso concede loro tutte le ragioni. …Alla prima lettura non ho capito molto. Concentrato sul fatto di dover sfogliare e guardare al contrario, e iniziando ad avere difficoltà nell’inglese ammmericano a causa di una lenta disabitudine alle letture in lingua (colpa della rete italiana che oramai offre molti contenuti e variegati tecnologici, e non solo, nella mia adorata lingua). Alla seconda e terza ripassata il quadro si è fatto più chiaro. Per chi come me ricorda i film di Godzilla visti nelle prime tv private e considera gli anime (i cartoni giapponesi) parte integrante della propria formazione infantile (anche se erano tagliuzzati e/o censurati) è come ripercorrere tappe di un percorso vissuto in prima persona in buona parte.
Non sono mai stato un amante dei fumetti. Qualche volta da ragazzino prendevo il bus per andarli a leggere in biblioteca, ma il viaggio era lungo. E i Tex Willer o gli Zagor di buonanima di mio padre non mi soddisfacevano. In ogni caso i cartoni animati battevano alla grande i fumetti nel mio immaginario. E persino il confronto coi libri era improponibile: un fumetto ai miei occhi da sempre è infinitamente più compresso di un libro sia per i tempi di lettura (il piacere dura molto meno) e sia per le possibilità date alla fantasia di esplorare e creare senza essere legata ai confini delle vignette (se un libro illustrato dona al lettore spunti visivi per la propria fantasia dai quali partire, un fumetto a mio parere offre dei limiti -pur non imponendoli- all’immaginazione). Con questo non desidero affermare che sia effettivamente così, ma solamente esprimere una personale sensazione. In un certo senso un fumetto è “difficile” come un libro, senza essere “facile” come un cartone animato o un film o qualunque cosa sia da solamente da guardare (e non anche da leggere -ad esempio io non sono capace di guardare un film sottotitolato: o guardo o leggo e fatico non poco a passare continuamente dal fare una cosa a fare l’altra-).
L’arte del fumetto made in Japan mi attrae. Il tratto a me piace. La grafica. Il disegno.
Alle volte girovagando in rete mi sono ritrovato a sfogliare storie delle quali non ho capito assolutamente nulla, incollato davanti a disegni grottesci o fenomenali o, semplicemente, ‘belli’. Di alcuni, invece, mi ha incuriosito anche la storia, ma sono quel genere di storie che non è buona cosa raccontare nel blog ;)
Giapponesate le chiamo. Come ci sono le americanate, credo debbano esistere anche le giapponesate. …Sono ignorantissimo in generale e soprattutto riguardo al Giappone. Ho letto Ore Giapponesi e sfogliato moltissime pagine, ma resto comunque lontano dalla mentalità e dalle strutture culturali della gente che lo abita.
Stupefacente, ad esempio, lo sguardo benevolente (e anche interessato) che le produzioni ufficiali rivolgono alle produzioni, per così dire, artigianali e parallele (doujinshi). In pratica i fan e aspiranti fumettari si dilettano e pubblicano opere costruite con i mondi e i personaggi ideati nelle produzioni ufficiali (persino guadagnandoci bene in certi casi, stando a un commento all’articolo digitale). Mischiano personaggi e situazioni per proporre nuove storie. Gli editori mainstream pescano in questo calderone nuovi artisti e vedono i loro prodotti ufficiali vendere meglio.
L’articolo nel suo complesso presenta la situazione senza considerare pienamente, a mio parere, il ruolo che la rete ha avuto in questa pacifica invasione.
A mio modesto e limitato e superficiale e inattendibile parere, quel che non sono stati in grado di fare i cartoni animati lo ha fatto il web. E intendo il web allargato e veloce e interpersonale. Lo zoccolo di partenza basa, o ha basato, conoscenza e interesse e diletto sulla offerta in rete di produzioni comprensibili al mondo occidentale. A questo aggiungerei una sorta di lolitismo esplicito (o velato, ma non particolarmente celato) presente a diversi livelli, per diversi gusti e persino per diverse età in molti prodotti che ho visto (e non mi riferisco a quelli “specifici” per vecchi satiri o per innocenti fanciulle). Senza contare la presenza dei videogiochi che contribuiscono, se non addirittura creano, un completamento di esperienza al mondo dei manga indispensabile a generare, e a mantenere, affezione in una fetta del pubblico. E questo vale un po’ per tutti i generi. L’immaginazione così supera i confini delle vignette per trovare interattività con i personaggi o i loro emuli. L’immaginazione resta incanalata entro strade predefinite anche se libera, però, di creare un numero quasi illimitato di illusioni (sarè stanco e all’antica, ma per me il libro resta il principe nel donare tutto questo e in modi infiniti).
Ma che razza di post è questo?
Mah, non saprei neanch’io.
Ero partito per dire una cosa. Nel mentre ho deciso che quella cosa non meritasse di essere digitata senza qualcosa che la contenesse. Eppoi la piccola morbida tastiera di questo caldo portatile è suadente e mi invogliato a incipriare (sbiellatamente, come mio solito) i pensieri al solo scopo di prolungare la durata della digitazione.
Dimenticavo ;) …Anche in Italia ne vedo alcuni in edicola e in un paio di vetrine in negozi specializzati. Guardo le copertine, ma non li acquisto. Se proprio dovrò correre il rischio di appassionarmi, preferisco puntare su produzioni grafiche italiane o andare a cercare in rete qualche aspirante fumettista nostrano. Infatti leggere al contrario, forse, mi stanca troppo.