Premessa
La prima parte tratta dei fatti miei. La seconda di qualche libro. Il tutto digitato un po’ a caso, senza cura. Sono convinto non valga il tempo neppure di farlo scorrere -in fondo ad esso, però, il visitatore abituale che s’interessa di fantascienza troverà un paio di link che potrebbe considerare interessanti-.
Il seguente post l’ho buttato a video per riprendere il blog. Per smuoverlo un poco dalla sospensione.
Devo ancora aprire la posta degli ultimi giorni, anch’essa sospesa.
Sono ancora fuori allineamento con l’universo. Ancora sospeso.
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Domenica a casa da solo col gatto.
Niente pranzo domenicale dalla suocera. Sorridendo, senza discussioni.
Ancora prematuro dire se la nostra situazione sia meglio o peggio. In evoluzione. O forse neppure in evoluzione. Ho solamente accantonato la dieta, come unico evidente risultato apprezzabile.
Ero ancora un poco incerto se la crisi di mia moglie fosse in realtà mia (anch’io sono in crisi, certo, ma si tratta di una crisi di riflesso alla sua). Poi una delle scorse mattine è tornata dalla parrucchiera con una bella testa (tanto che mi sono subito prodigato in complimentazioni vere e sentite) fuori e una testa malconcia (tanto da sembrarmi d’essere riuscita a stento a sottrarsi a qualche evento traumatico) dentro. Poi ha sbottato. Dalla sua descrizione la parrucchiera è diventata una perfida Sith maestra del lato oscuro che le aveva marchiato i capelli col colore del disonore e della sconfitta: inaccettabile. Io da semplice apprendista Jedi mi sono trovato nella condizione di arginare gli sbandamenti della Forza dentro la mia maestra in preda a una estroflessione d’isterismo acuto da tinta sbagliata. La prima volta che la vedevo in quello stato per una faccenda del genere. Per un minuto era una bimbetta capricciosa e per il minuto seguente era una arpia pronta alla vendetta. Una mezzoretta proprio complicata. Poi siamo andati da un’altra parrucchiera e io l’ho aspettata fuori per precauzione (saperla al volante in quello stato era impensabile) cullandomi in uno spropositato smarronamento annoiato. Poi l’ho trascinata in uno store di quella catena d’abbigliamento spagnola che vende principalmente, se non erro, prodotti fatti in Cina (sperando non siano tossici come i giocattoli). Con la nuova tinta e un paio di golfini si è infine calmata. Ha comprato persino un vestitino (orrendo, ma le ho detto che era meraviglioso) e ha finalmente sorriso.
Il mio parrucchiere mi taglia i capelli come vuole (e come può, costretto tra pessima materia prima, un paio di rose che spingono i capelli dove vogliono e una mia radicata incapacità a pettinarmi). L’unica persona che posssa toccarmi la testa senza che abbia un moto di fastidio, anzi mi rilassa. E mi ascolta. Mi ha spiegato infatti che alla scuola per parrucchieri insegnavano un po’ di psicologia spicciola. Non vedo l’ora di andare in settimana a farmi tagliare i capelli per parlargli delle mie problematiche coniugali. Peccato non possa portare a casa il calendario con le donnine (sempre un ottimo belvedere sono i suoi, anche se non sceglie personalmente le foto), mentre dovrè accontentarmi di quello per famiglie che quest’anno (ho visto il modello di prova) è simil-cinese (tipo quelle raffigurazioni impresse su listelle di legnetto da appendere alle pareti che andavano di moda negli anni ’70 e che anch’io mi ricordo in casa proprio accanto alla ‘vacca iuvent*na’ -così buonanima di mio padre chiamava la pelle bianconera acquistata da mia madre e che per qualche tempo bivaccè in sala prima di essere nuovamente sostituita da un tappeto-). Gli compro spesso fialette e robe varie (qualche volta persino le adopero): se pago per la sua opera di simpatico tagliacapelli, reputo doveroso ricompensarlo per la sua funzione di serio strizzacervelli.
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Ho comprato qualche libro.
Volevo evitare di leggere in questo periodo, ma come potrei rimandare una simile costante tentazione?
Nero Wolfe contro l’Fbi non l’avevo ancora letto. Io adoro quel personaggio. Riesco a mantenerlo vivo senza abbuffarmi di tutti i suoi casi in poco tempo. La vecchia serie televisiva, non mi stancherò facilmente di ripeterlo, non ha nulla a che vedere coi romanzi ai quali s’ispira, a mio parere. Fortunatamente è da tempo che non mi capita di vederla ritrasmessa.
Restando in tema televisivo, ho preso anche un romanzo per leggere un caso del commissario Soneri. Ho visto un paio di episodi della precedente serie di Nebbie e Delitti e li avevo moderatamente graditi più che altro perché ambientati in luoghi e climi diversi dalle solite regioni che normalmente ospitano le produzioni televisive nazionali (anche se chissà perché le parlate napoletane o romane, tanto per fare un esempio, vengono riprodotte in tv, mentre quelle del nord mai. Ricordo Vento di Ponente dove i genovesi parlavano tutti un perfetto e asettico italiano standard senza alcuna inflessione. Ridicolo).
A mia moglie piace anche anche la seconda serie in onda in questo periodo. E allora incuriosito mi sono deciso a leggere almeno uno dei romanzi ai quali si ispira.
A proposito di Genova, ho regalato alla gattoconsorte Mi sono perso a Genova. Una sorta di poetica guida fotografica alla città con intermezzi scritti (o viceversa, dipende dal punto di vista). L’ha sfogliato mezzo minuto per dimenticarsene in giornata. Invece io penso l’apprezzerò: ho trovato gustoso il riferimento soffuso al mitico maniman genovese all’inizio di un capitoletto.
Ieri sera ho finito Gli umoni vuoti, l’Urania di dicembre. Un po’ palloso, penso più per totale difetto mio che del libro stesso. Portato avanti sopra due binari paralleli ho smesso presto di seguirne uno saltando i capitoletti ad esso dedicati. Forse ho scelto il binario sbagliato (nell’altro c’erano formule matematiche e un vago argomento d’amore e allora ho scelto quello che apparentemente mi sembrava piè d’azione e distraente dai miei pensieri amorosi). Il telepate del romanzo viene assalito continuamente e dolorosamente dai pensieri altrui (un classico della telepatia fantascientifica) e l’autore ne riporta un sacco di occasionali creando tante microstorie in prospettiva, tralasciando di creare in modo completo il proprio personaggio (questa è la mia sensazione, profondamente viziata dal fatto di aver saltato nella pratica quasi metà romanzo -che modo stupido di leggere, dovrei vergognarmene-), mentre l’azione si svolge con salti inverosimili e sfibranti per me che leggevo. Forse un giorno rileggerò il tutto con l’aggiunta della metà evitata.
A volte quando non si ha testa converrebbe rimandare una cosa piuttosto di farla partendo senza l’umore adatto e rovinarla.
Ho comperato anche la Luce di Orione. Non sono un fan di Eymerich, personaggio intrigante e ben costruito amato da molti, ma la curiosità ha prevalso nel voler leggere anche questa storia nei prossimi giorni. Di Evangelisti preferisco la fantascienza, più che la fantareligione.
Ero a Tortona per computer (da Pavia parto e vado ancor più lontano per andare a farmi tagliare i capelli, quindi non appaia insolito all’occasionale visitatore che vada oltre regione per ragioni informatiche) e sono entrato in una libreria per caso, per fare passare un po’ di tempo che dovevo fare passare. Libreria Mondadori. Non mi ricordavo ce ne fosse una in centro (o da qualsiasi altra parte), ma la mia memoria conta nulla (per dire ho parcheggiato dove un tempo c’era la stazione delle corriere e mi sono reso conto della cosa soltanto nell’allontanarmi dall’auto).
In coda per pagare ho sentito quello che mi è parso il capo della libreria (quanto sono ancora librai i rivenditori di libri?) dire di essere appassionato di tutto quel che è nipponico. Ha descritto, da quel che ho capito, persino alcuni momenti di un suo viaggio in Giappone. Poi da qualche parte è spuntata una ragazza visibilmente stanca (o così a me è sembrata) inconsapevole che mi stavo gustando la conversazione e mi ha fatto pagare. Anche il libraio mi salutato mentre uscivo.
Tortona mi diviene aliena ogni anno di più. E inizia a piacermi, nonostante le assurde e pericolosissime (a mio parere di automobilista e non di esperto del settore) rotonde/rotatorie stradali. In un altro negozio in piedi a guardare fuori dalla vetrina (adoro guardare fuori attraverso la vetrina dei negozi: mi sembra molto più divertente del guardare dentro stando fuori) ho visto passare un blogger scrittore locale, superlativo da sempre. Sono rimasto impassibile. Mi ha visto. Mi ha riconosciuto, credo. Ha proseguito. Dopo due secondi è ricomparso facendo capolino (mi ha ricordato Jerry che si sporge dalla sua tana per osservare le mosse di Tom), quasi volesse accertarsi della solidità del suo primo fuggente riconoscimento. Poi si è ritratto e non l’ho più visto.
Sezione P-Quadro, l’Urania di Novembre. La fantascienza italiana mi piace. Sarò campanilista, lo ammetto, ma mi piace. Il romanzo, di Giovanni De Matteo, l’ho trovato per caso in una edicola fuorimano davanti alla quale passo raramente. Ero convinto oramai di essermelo perso. Di aver perso un’occasione. E invece no.
L’ho trovato non troppo cyberpunk da risultare estremo o monotono, per nulla forzatamente napoletano (la storia è ambientata a Napoli e dalle mie parti si tende a considerare tutto quel che è di quelle parti come fosse in Bellavista style) e non troppo poliziesco. Equilibrato e completo. E le citazioni e gli ossequi ad altri autori sono integrati e soavi (citare senza appesantire è un’arte).
Ho iniziato a leggerlo con una certa dose di quel distacco proprio del lettore superficiale a cui piacerebbe saper scrivere e che si chiede cosa mai sarè scaturito di meritevole dalla mente e dalle dita di un promettente giovane (una decina d’anni in meno di me) scrittore italiano (atteggiamento che normalmente non si istaura se lo scrittore di fantascienza è straniero, chissà poi perché -e anche lo sapessi mi sentirei sciocco ad ammetterlo-). Quando l’ho finito, soddisfatto e compiaciuto come potrei esserlo dopo una pantagruelica cena in buona e variegata compagnia, mi è venuta voglia di appuntarlo tra le buone letture che varrà un giorno il piacere rileggere (chissà quanti sapori non ho colto, dato che mi sono un po’ abbuffato invece di gustare ogni singolo boccone -il romanzo ne è ricchissimo, sia di sapori e sia di bocconi-). Rileggere… quel che ho di Gibson, tanto per rimanere in tema cyber, l’ho già riletto almeno una volta. Non è affatto una perdita di tempo rileggere.
In queste occasioni mi rammarico della brevità della vita di un Urania. Un mese e viene sostituito dal seguente negli espositori delle edicole (nota a margine: nell’edicola interna, non quella all’ingresso principale, del Bennet di Pavia l’Urania, quando c’è -ne ho visto al massimo una copia per volta-, viene inspiegabilmente mischiato ai fumetti per bambini). Me ne rammarico pensando che varrebbe la pena digitare dei post al riguardo, mi divertirei. E invece il libro spesso è già verso il limite estremo della sua vita quando vorrei… e allora mi prende la pigrizia (ben altra faccenda della stanchezza).
Nota al visitatore occasionale che non ha mai letto un Urania: per ovvie ragioni di mercato, l’ultima di copertina che racconta sommicapi di cosa tratta il libro è tratteggiate particolarmente in maniera acchiappagonzi (detto col massimo rispetto per la collana e per i suoi lettori), quindi suggerisco caldamente -secondo il mio sindacabilissimo parere- di leggerla mai prima di leggere il libro. A volte, prima di intestardirmi a seguire questo metodo di acquisto, mi capitava di aspettarmi cose che in realtà erano assai diverse nel romanzo. Per avvicinarsi all’universo della letteratura senza limiti suggerisco un moderato investimento di una decina di euro (due Urania e avanzano anche i soldi per due caffè per iniziare a sfogliarli subito). La fantascienza è ben viva anche fuori dagli universi di Urania, ma non altrettanto facile ed estemporanea per compiere un tentativo e lasciarsi prendere dalla curiosità con poca spesa (dandole sempre una seconda posibilità, per questo suggerisco ‘due’, ché la prima potrebbe non essere di gradimento e di solito le pubblicazioni ravvicinate sono diversificate nel genere e nello stile per soddisfare un po’ tutti i palati. Se poi capitano due romanzi che fan schifo, non me se ne dia la colpa. Capita: si tratta di letteratura, mica dei risotti di mia moglie -perfetti per definizione e per una buona dose di dogmatismo permeabile alle libere opinioni, se acritiche-).
L’autore blogga da anni. Non l’ho mai seguito. Qualche puntatina, però casuale (lo ammetto, sono connettivista a mio modo ih ih ih) (…’connettivista’? …intendo nel senso di connettivismo del quale l’autore è, cito la mini biografia uranica, tra i principali animatori e fondatori).