Archivio per la categoria 'Moglie'

29 giugno 2009

Quello che il dottorato… della moglie

Quello che il dottorato… della moglie.

Quello che il dottorato… oggi trasferta a Pisa che la moglie domani si dottora.

Quello che il dottorato… martedì si ritorna già casa, per continuare gli esami di matura.

Quello che il dottorato… spera la Tana non sia chiusa al lunedì (l’è una pizzeria: evitare pensieri maliziosi).

Quello che il dottorato… seppur della moglie, o proprio per quello, gli ha strarotto i maroni per quattro anni.

Quello che il dottorato… a volte gli sembrava una roba seria e a volte una puntata di Voyager.

Quello che il dottorato… dovrebbe essere per nubili o celibi per legge.

Quello che il dottorato… che la moglie ha passato tre giorni in un nervosissimo dubbio per decidere in quale colore fare stampare la copertina della tesi per poi scegliere un classicissimo amaranto (l’avrei strozzata).

Quello che il dottorato… è stato finanziato dai soldi dei contribuenti e dalla pazienza del sottoscritto.

Quello che il dottorato… Word? Eh figurati! Il Dos per certa gente ci vorrebbe, ecco, ci vorrebbe il Dos!

Quello che il dottorato… poi le deve pure fare il regalo ché è tanto orgoglioso della adorata mogliettina.

Quello che il dottorato… ovviamente i professoroni quasi sempre sono svegli e a contatto con il mondo che li circonda come dei baroneschi bradipi litigiosi fra loro, rintontiti dalla scarsità di mezzi e soffocati dalle incombenze burocratiche lasciate, comunque, a loro stesse. Senza contare le invettive malefiche lanciate a manetta da maritini sconfitti dalla fatica come me.

Quello che il dottorato… sticazzi e meicojoni (chiedo scusa all’eventuale visitatore per le espressioni troppo esplicite e lo prego di tenere presente che "la lingua è un prodotto storico perennemente instabile nel tempo e diffratto nello spazio e nelle stratificazioni sociali").

Quello che il dottorato… durante la presentazione della tesi della moglie al consesso di professoroni si era proposto, ideona bocciata però dalla dottoranda, di indossare la maglietta "Libertè Fraternitè Trenettè".

Quello che il dottorato… sarà discusso in qualche rovente sgabuzzino dove le fotocopie si chiamano "handout" per darsi un tono.

Quello che il dottorato… per andare e tornare dovrà fumare nei gabinetti del M*nchiaCity sperando che in quei momenti non deragli il convoglio (la mia personale statistica -non trovo dati ufficiali- dei treni deragliati dall’inizio dell’anno è angosciante).

Quello che il dottorato… diventa un supplizio anche per gli amici che preferirebbero saperti con la moglie alle prese con un amante e te le dicono pure e giungono persino a consigliare di prenderti un cane.

Quello che il dottorato… mica se lo credeva portasse a casa così tanta carta.

Quello che il dottorato… che tratta di un aspetto di una nuova teoria in una disciplina (soggettiva quasi per definizione) e quindi da ignorante mi sembra una cosa bellissima; ma ecco da ignorante forse se mi avessero asfaltato per benino la rotonda attorno alla statua della Minerva in città sarebbero stati soldi altrettanto ben spesi (prevengo una domanda dell’eventuale visitatore occasionale: no, mia moglie non legge il mio blog).

Quello che il dottorato… tutta roba intelligentissima e acculturatissima. Quante volte si può scoprire l’acqua calda? Infinite volte e sempre con ottimi risultati e numerose dissertazioni. Ma la moglie sostiene di aver indagato un aspetto della fonte di calore. Mentre io gelavo.

Quello che il dottorato… è a guardarlo come i tizi delle previsioni del tempo di Mediaset: con le mani tenute ad altezza panza in modo, a mio sindacabile parere, innaturale e ridicolo (che vogliano intendere una citazione "Beata ignoranza se serena de testa, de core e de panza"?).

Quello che il dottorato… gli ricorda le fiction fatte in Italia dove recitano un sacco di persone, ma ben pochi veri attori.

Quello che il dottorato… lo pagano anche le casalighe di Voghera e allora professoroni acculturatoni cercate di mostrare un po’ di rispetto.

Quello che il dottorato… la moglie l’ha coinvolto sciogliendolo con un sorridente verde sguardo ghiacciato.

Quello che il dottorato… cosa s’inventerà la moglie dopo? …Sì: sono nel panico al solo pensiero.

Quello che il dottorato… in cuor suo è contento e spera vada tutto benone.

Quello che il dottorato… traducendo a spanne: "A mio marito [nome omesso] – al quale piacerebbe molto se scrivessi un poema! – ma che sa perfettamente che non ci sono parole nel mio vocabolario per ringraziarlo di ciò che ha fatto per me seguendo, passo a passo e in ogni momento, con la sua incondizionata dedizione e fiducia la realizzazione di questo progetto.

gattostanco @ 09:23 - Commenti (12)

9 maggio 2009

Aveva smesso di cucinare i risotti

Nota al visitatore occasionale:
il post è sbiellato e digitato di getto com’era un sacco di tempo che non facevo.

Dodici anni che siamo insieme.
Undici anni di coabitazione sotto lo stesso tetto.
Otto anni di matrimonio.

Serviva una bella revisione.
Nessun incidente di percorso, per fortuna e per coerenza. Soltanto qualche problemino, qualche rumorino strano sottovalutato, qualche pigrizia di sistemare qualche cigolio fastidioso.

Sono un fissato. In certe cose. E cosí quel che ritenevo un dialogo aperto e sincero era solamente un mio solitario blaterare vuoto, ripetitivo e, ovviamente, inascoltato. …Inascoltato? Be’ a essere sincero era diventata la mia impressione dovuta alla mancanza di risposte concrete.

In una situazione di grande cambiamento. Sono anni che siamo sempre in cambiamento. A me sembra di rimanere uguale a me stesso (tanto per sintetizzare in parole semplici: il solito pirla). La gattoconsorte è cambiata, continua a cambiare da quando la conosco, e invecchia. Invecchiamo. Passa il tempo. La natura compie il proprio corso quando le pare. E i cervelli si sballano. Eh, sono cose che accadono.
Anche le cose della vita si muovono. Quella straca**o di tesi di dottorato finalmente da essere appellata ‘innominabile’ è passata a essere chiamata ‘immodificabile’ (oltre che, nei miei pensieri, ‘quella straca**o di tesi’).
Speranze, sforzi e sudore sopra una pila di librettoni rossi finalmente stampati e consegnati. E il gattomarito che rompe i maroni. Povera gattoconsorte. Spero non ne abbiano patito i suoi studenti. Ma nell’ultimo anno ho sondato spesso le suoe opinioni nei confronti dei "suoi" ragazzi e mi sono fatto l’impressione che non abbiano sofferto come ho sofferto io. Una gattoconsorte assai professionale si ritrovano come prof (e io come alleato occulto ihihih: mi diverte pensarlo).

Minacciare il divorzio. Rischioso. Ero giunto al punto di sentirmi senza alternative. Frustrato.
In preda al panico. Isterico e distratto. Non semplicemente distratto come sono costantemente. Distratto da tutto e tutti. Ed esserlo in quella maniera appena dopo aver deciso di cambiare lavoro significa che mi sono ritrovato in una condizione assai insoddisfacente e inconcludente. Doppiamente frustrato.

Il precipizio l’ho imboccato quando è mancato il gatto l’anno scorso. Lo penso col senno del poi. Non avrei mai potuto credere fosse così essenziale. Mi aiutava a mantenere l’equilibrio. O forse semplicemente mi manca e inzio a idealizzarlo. Non saprei.
O forse mi sarebbe capitato comunque di sentire che la rottura di maroni del vivere con la gattoconsorte superasse abbondantemente il beneficio della sua presenza. E non parlo di amore. Amore no, quello è sempiterno. “Amare una statua asettica posso farlo anche a distanza” mi son detto. Parlo di scambio, di aiuto, di ascolto che devono essere, o dovrebbero apparire, reciproci. Ed io, povero moccioso, mi sentivo usato senza potere usare.

Ora che con l’adorata moglie le cose, un po’ tutte in generale, appaiono un poco sistemate prevedo, o almeno mi auspico, che anche il lavoro prenda il giro giusto. Anche se a dire il vero ora come ora mi sento devastato dalla stanchezza. Ripenso sempre a quel mio compagno di liceo che riteneva che una ragazza dovesse essere per forza scema e succube per poter servire a qualcosa. Una idea che oggi come allora trovo ripugnante. Ma certo quel compagno ora è un tizio assai meno stanco di me. Io ho sempre desiderato una alleata.

L’amore è faticoso. E ammetto di essere anch’io un soggetto estremamente faticoso da amare. Però la gattoconsorte si è rimboccata le maniche. Mi ama. Se non fosse un po’ fuori di biglia e non potrebbe amarmi. Però era andata un po’ troppo fuori.

E pensare che credevo che col tempo l’amare qualcuno diventasse qualcosa da fare in discesa. Mantenendo l’attenzione e la cura, certo, ma senza più problemi di arrampicate o passaggi oltre i quali non si vede cosa attende. Beata ignoranza la mia. Anzi no: nessuna ignoranza. Piuttosto una sorta di presunzione di non ripetere il passato grazie all’esperienza.

Aveva persino smesso di cucinare i suoi meravigliosi risotti.
(l’amore ha i suoi risvolti pratici)
Ora ha ricominciato.

gattostanco @ 10:55 - Commenti (5)

25 novembre 2008

Minipost: ho bisogno di stress

All’inizio del prossimo anno la gattoconsorte raggiungerà quota 45.
Più passa il tempo e più…

…anzi "e meno".

Ormai spero soltanto che mi venga un po’ di stress da lavoro, per non pensare a lei.

gattostanco @ 12:41 - Commenti (7)

4 agosto 2008

Alcuni vantaggi di avere la moglie cresciuta tra le risaie

Considera una forma d’arte il risotto (e non ammette critiche).
Non patisce eccessivamente l’umido e non ha paura dell’acqua (anzi).
Prepara un’ottima insalata di riso con quel che capita (devo togliere i tondini di cetriolini, però -ma io sono un fissato con l’insalata di riso e ho tante piccole manie che neppure le ricordo tutte).
Le zanzare la pungono pochissimo (forse è presente una tossina nel suo sangue che le respinge, non saprei).
Guida l’auto sull’argine artificiale di un torrente come se fosse in una prova speciale di un rally, se ha urgenza di spettegolare con la madre, tranquilla e godendosi il paesaggio (riso, mais, mucche, riso, riso, mais, grano, riso -non mi abituerò mai alla pianura-).
Non ha orrore dei ragni (le fanno senso le lucertole, così ci compendiamo).
Gusta le rane in brodo con sguazzosa alterigia (pare che da bambina abbia assaggiato anche le libellule, crude, anzi vive).
…Infine, credo che mia moglie vestita da mondina farebbe una bella figura (anche se ha varcato i suoi primi ‘anta da qualche tempo).
Oggi si è vestita da trattorista (i tempi cambiano e dove c’erano le mondine oggi ci sono i trattori) e così per una rara volta sono contento del caldo. Platonicamente contento, ma pur sempre contento (e poi la giornata è ancora lunga).

gattostanco @ 11:49 - Commenti (0)

5 luglio 2008

O mora, tu m

Sabato mattina. Mi godo il fresco fino a quando dura.
Non mi sento proprio sveglio, ma lo sono abbastanza da starmene davanti allo schermo al solo scopo di compiacermi nel ripetere a me stesso di non avere caldo. Un piccolo piacere estivo, perché da queste parti padane l’umidità ristagna nell’assenza di correnti d’aria.
E così leggo babbaccione, bello e beato ("bello" inteso in senso lato) questo post di Seia.
La donzelletta ha compiuto gli anni e l’amato sposo le ha donato (privilegio dello sposar poeta) anche una fanfola (componimento fatto anche di parole inventate, ma inventate bene in modo che se ne intuisca il significato -o almeno se ne possa interpretare uno-) riportata nel post.

Mia moglie ed io non siamo poeti (e neppure santi -io forse un poco, peccando di presunzione, se penso a lei e a sua madre- o navigatori), però usiamo una ristretta serie di nostre parole (simili al ‘puffare’ dei Puffi) buona in ogni occasione e contesto. Oramai io devo tenerla fuori in maniera consapevole dalle conversazioni a parole con altre persone, tanto è radicata, e da almeno due anni abbiamo deciso di autolimitarne l’uso per non ridurre ulteriormente il nostro già scarsissimo vocabolario verbale.
Invece di questa autolimitazione, mi è venuto in mente leggendo e rileggendo quella fanfola, che potrei proporre a mia moglie di avviare un’opera di allargamento dei nostri ‘miciare’, ‘smiciare’, ‘smicio’ e delle altre parole che ometto per non farci riconoscere chiacchierando passeggiando in centro. Sarebbe divertente appoggiare un intero nuovo vocabolario (due o trecento parole, mica ne servirebbero di più), da usare con le regole della grammatica italiana (che io reinterpreto e sbaglio spesso senza accorgermene neppure, purtroppo, me misero).
Queste ideone che si miciano al fresco appena fuori dalla gìa, si smiciano cinque col caldo gianumido.
Comunque voglio fare la prova a dirle "m’alluschi" (come ho trovato nella fanfola dedicata a Seia): sia mai che incuriosita la sua reazione sia positiva prima che la temperatura sia insopportabile ;D… …nada. M’ha detto, malgrado il tenero mostrarmi alluscato: "Io vado a pare due passi in centro. Tu resta a casa a farti la barba". Bah, sempre più m’accorgo d’esserle una noia e mi viene un po’ di micione. Che barba :) …Dice il saggio: prof overanta si incariatidisce col barboso maritenta.

gattostanco @ 09:44 - Commenti (0)

O mora, tu m

Sabato mattina. Mi godo il fresco fino a quando dura.
Non mi sento proprio sveglio, ma lo sono abbastanza da starmene davanti allo schermo al solo scopo di compiacermi nel ripetere a me stesso di non avere caldo. Un piccolo piacere estivo, perché da queste parti padane l’umidità ristagna nell’assenza di correnti d’aria.
E così leggo babbaccione, bello e beato ("bello" inteso in senso lato) questo post di Seia.
La donzelletta ha compiuto gli anni e l’amato sposo le ha donato (privilegio dello sposar poeta) anche una fanfola (componimento fatto anche di parole inventate, ma inventate bene in modo che se ne intuisca il significato -o almeno se ne possa interpretare uno-) riportata nel post.

Mia moglie ed io non siamo poeti (e neppure santi -io forse un poco, peccando di presunzione, se penso a lei e a sua madre- o navigatori), però usiamo una ristretta serie di nostre parole (simili al ‘puffare’ dei Puffi) buona in ogni occasione e contesto. Oramai io devo tenerla fuori in maniera consapevole dalle conversazioni a parole con altre persone, tanto è radicata, e da almeno due anni abbiamo deciso di autolimitarne l’uso per non ridurre ulteriormente il nostro già scarsissimo vocabolario verbale.
Invece di questa autolimitazione, mi è venuto in mente leggendo e rileggendo quella fanfola, che potrei proporre a mia moglie di avviare un’opera di allargamento dei nostri ‘miciare’, ‘smiciare’, ‘smicio’ e delle altre parole che ometto per non farci riconoscere chiacchierando passeggiando in centro. Sarebbe divertente appoggiare un intero nuovo vocabolario (due o trecento parole, mica ne servirebbero di più), da usare con le regole della grammatica italiana (che io reinterpreto e sbaglio spesso senza accorgermene neppure, purtroppo, me misero).
Queste ideone che si miciano al fresco appena fuori dalla gìa, si smiciano cinque col caldo gianumido.
Comunque voglio fare la prova a dirle "m’alluschi" (come ho trovato nella fanfola dedicata a Seia): sia mai che incuriosita la sua reazione sia positiva prima che la temperatura sia insopportabile ;D… …nada. M’ha detto, malgrado il tenero mostrarmi alluscato: "Io vado a pare due passi in centro. Tu resta a casa a farti la barba". Bah, sempre più m’accorgo d’esserle una noia e mi viene un po’ di micione. Che barba :) …Dice il saggio: prof overanta si incariatidisce col barboso maritenta.

gattostanco @ 09:44 - Commenti (1)

7 maggio 2008

Una sera, Agnese sente fermarsi un legno all’uscio

E così anche Dario entrerà a far parte del Club dei Mariti.

Felicitazioni vivissime da parte della gattoconsorte e mie alla signorina Uranaka (è il cognome), a Dario e alle loro famiglie.
Siamo davvero contenti: non è soltanto opera di mostrare buona creanza all’editore di questo blog. Abbiamo avuto l’occasione di vederli insieme e ci hanno lasciato una gran bella impressione di un insieme amalgamato e affettuoso. E al tempo stesso ci sono sembrati una coppia lucida nell’affrontare le oggettive difficoltà di coltivare un rapporto maturato nel tempo e da un capo all’altro del mondo.

E così anche la promessa sposa di Dario entrerà a far parte del Club "Ho sposato un italiano" :D
Benone, quale scelta migliore avrebbe potuto fare? (domanda retorica campanilistica, senza nulla togliere agli uomini del Sol Levante).

"Io non sono andata a cercare i guai: son loro che sono venuti a cercar me. Quando non voleste dire," aggiunse, soavemente sorridendo, "che il mio sproposito sia stato quello di volervi bene, e di promettermi a voi.".
- Lucia Mondella in Tramaglino
da I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni

Nota al titolo del post: riprende la frase iniziale dell’ultimo capitolo della storia manzoniana (mentre la citazione proviene dal terzultimo paragrafo). Per quanto io non ami i Promessi Sposi, mi pareva gesto cortese usarne le classiche italiche parole in questa circostanza, ruminando qualcosa che potesse apparir profondo …e simpatico. Se sono riuscito ad annoiare (resto pur sempre un blogger noiosetto, e questo post l’ho ruminato un poco), non l’ho fatto apposta.

gattostanco @ 15:00 - Commenti (0)

Una sera, Agnese sente fermarsi un legno all’uscio

E così anche Dario entrerà a far parte del Club dei Mariti.

Felicitazioni vivissime da parte della gattoconsorte e mie alla signorina Uranaka (è il cognome), a Dario e alle loro famiglie.
Siamo davvero contenti: non è soltanto opera di mostrare buona creanza all’editore di questo blog. Abbiamo avuto l’occasione di vederli insieme e ci hanno lasciato una gran bella impressione di un insieme amalgamato e affettuoso. E al tempo stesso ci sono sembrati una coppia lucida nell’affrontare le oggettive difficoltà di coltivare un rapporto maturato nel tempo e da un capo all’altro del mondo.

E così anche la promessa sposa di Dario entrerà a far parte del Club "Ho sposato un italiano" :D
Benone, quale scelta migliore avrebbe potuto fare? (domanda retorica campanilistica, senza nulla togliere agli uomini del Sol Levante).

"Io non sono andata a cercare i guai: son loro che sono venuti a cercar me. Quando non voleste dire," aggiunse, soavemente sorridendo, "che il mio sproposito sia stato quello di volervi bene, e di promettermi a voi.".
- Lucia Mondella in Tramaglino
da I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni

Nota al titolo del post: riprende la frase iniziale dell’ultimo capitolo della storia manzoniana (mentre la citazione proviene dal terzultimo paragrafo). Per quanto io non ami i Promessi Sposi, mi pareva gesto cortese usarne le classiche italiche parole in questa circostanza, ruminando qualcosa che potesse apparir profondo …e simpatico. Se sono riuscito ad annoiare (resto pur sempre un blogger noiosetto, e questo post l’ho ruminato un poco), non l’ho fatto apposta.

gattostanco @ 15:00 - Commenti (1)

20 febbraio 2008

Marito Artificiale 3.0

Un recente videogioco permette di vivere in alcuni ambienti con la maliziosa compagnia di donzellette, fino a cinque, piuttosto personalizzabili nell’aspetto e nella personalità.
I pregi o un caratteraccio che queste eventualmente possono presentare sono scelti dal giocatore. Se un mondo virtuale popolato da persone reali presenta sovente gli stessi difetti interpersonali del mondo reale, una virtualità preimpostata secondo i gusti o il desiderio di sfida dell’unico giocatore offre facili e idilliaci vantaggi evidenti (anche se solitari).

E allora?

Certe mattine mi viene da pensare che a mia moglie servirebbe un immaginario videogioco ("Marito Artificiale 3.0" sarebbe un nome azzeccato) nel quale avere a disposizione cinque mariti da dirigere.
Non è istigazione alla poligamia e spero s’intenda (anche se poco o nulla penso contro, a parte l’orrore del relativo multi-suocera).
Semplicemente ritengo che alla gattoconsorte gioverebbe vivere l’esperienza, seppure virtuale, di cinque omini da usare come fattorini in base ai propri desideri senza lagne, proteste e brontolii. Nulla di malizioso, spero sia ovvio: ritirare il piumone in lavanderia; spazzolare il gatto; passare dal fruttivendolo; andare a prendere l’acqua per la suocera; infilarsi una ramazza dove non batte il sole per dare una spazzata ai balconi annaffiando l’edera.
Forse la mia adorata sfogherebbe virtualmente certe perturbazioni. In questo caso, ipotizzo, migliorerebbe abbastanza la qualità della mia esistenza reale.

L’unica controindicazione è che l’amata certo richiederebbe al sottoscritto maritino reale un seminario spalmato in tre giorni di spiegazioni su come si gioca. Spiegazioni che comunque dimenticherebbe dopo tre minuti, preferendo continuare a chiedere. …Oh tu che hai cambiato l’aspetto di Word istupidendolo possa il destino infliggerti gravosi malesseri per il resto della tua immonda vita e possa altresì costringerti in seguito per l’eternità a inserire il numero di pagina nei documenti in maniera ancora più confusa e lenta di quel che immaginasti.

gattostanco @ 09:29 - Commenti (0)

14 febbraio 2008

Amore …in montagna

Fran(cesca) in un commento al post precedente:

- – -

Spesso si fa fatica a camminare insieme. Ognuno ha il suo passo e a volte tocca fermarsi seduti su un sasso ad aspettare, e ci si gela il sudore addosso. Altre volte bisogna affannarsi per tenere il ritmo del compagno, si arriva col fiato corto, la lingua di fuori e quello sta tamburellando nervosamente.

A volte devi farti forza per passare dove lui è passato allegramente e a te tremano le ginocchia e te la fai sotto, a volte tocca rinunciare perché si rifiuta lui di passare.

A volte ci si perde di vista e ci si ritrova la sera al rifugio.

A volte cÂ’è bisogno di camminare da soli per un poÂ’.

Ma se succede qualcosa, se ti fai male, se scende il nebbione, se il passaggino è difficile, avere qualcuno a portata di voce, essere legato alla corda di una persona della quale ti fidi, può essere determinante per arrivare a casa vivo.

- – -

L’avevo detto d’esser oggi sanvalentinoso.

gattostanco @ 15:09 - Commenti (0)

6 febbraio 2008

Actarus, Wolfe e la birra

Ieri, per affogare le mie pene d’amore e donarmi qualcosa per il mio compleanno, sono andato in Feltrinelli.
A piedi, sotto il sole, col giaccone in tessuto tecnologico (o spacciato per tale) acquistato in saldo.
Il programma per la giornata era diverso, ma quella tensione di cui accennavo nel post precedente l’aveva vaporizzato. E allora come gesto di buona volontà mi è parsa buona idea fare con mia moglie una passeggiata in centro.

Non avevo comunque testa per interessarmi alla lettura.
Passando davanti al Delfino (altra libreria) ho visto in vetrina l’ennesimo libro sulla Kahlo e per un paio di istanti sono stato tentato di entrare a sfogliarlo. Però vista la calca di gente all’interno ho rinunciato subito. E alla Feltrinelli, poi, non l’ho visto.

Una gran bella giornata di sole invernale. Avevo voglia di sedermi in un qualche baretto a bermi una birretta d’aperitivo. Non potevo avere l’estate, un lungomare e fauna vacanziera da osservare; ma mi sarei accontentato di quel che avevo per insaporire la birretta.
Niente birretta: dovevo fare anche un salto in banca e quelli al solito erano in riunione sindacale e così mi hanno sballato gli orari. I bancari di Intesa San Paolo (o come si chiama) io li capisco e sono solidale. Mia moglie, mia madre, mia suocera ed io siamo correntisti. E visti i casini vissuti come clienti prima e dopo la fusione, non oso immaginare quel che accade agli impiegati (in realtà un amico mi ha raccontato qualcosa, ma son segreti :D).

Rinunciato alla birretta, entrando in libreria mia moglie ed io ci dividiamo subito. Io vado ai primi scaffali a destra, dai gialli. E mi ci cade l’occhio. “La traccia del Serpente” di Rex Stout (Oscar Mondadori).
Non ero sicuro, ma mi pareva di ricordare che il romanzo iniziasse con Nero Wolfe alle prese con la sua amata birra. Lo prendo, lo sfoglio e per una volta mi compiaccio di ricordare qualcosa (la mia memoria è un pezzo di gruviera; forse per questo non mi piace il gruviera). Da sei litri al giorno, l’investigatore privato (“privato” anche nel senso che preferisce starsene sempre ben tranquillo in casa anche quando lavora), desidera scendere a soli cinque litri. Non svelo altro nel caso qualcuno non l’abbia mai letto.

Mi fermo a pensare a quegli strani casi in cui si riesce a collegare cose o avvenimenti diversi fra loro attraverso un solo elemento. Qualcosa di simile a un giochino di uno di quegli orrendi (e a volte persino in errore) quiz serali propinati dalla Rai.

Passo allo scaffale della fantascienza. Sempre le solite cose. Comunque come da copione inizio a scorrere le coste dei libri con lo sguardo. “Actarus. La vera storia di un pilota di Robot” di Claudio Morici (Meridiano zero).
L’avevo già preso in considerazione (se ricordo bene). L’autore prende in giro uno dei miei miti infantili, quindi lo scartai dalle mie possibili letture: certe icone credo non si possa rielaborarle se non si è sicuri di averne preso le distanze. Ed io avevo da bambino un Goldrake di plastica alto mezzo metro con la mano che sparava missili e una alabarda spaziale di plastica bianca che lanciavo ovunque. Non ero sicuro di poter affrontare una simile lettura con un certo tipo di esperienza ludica coccolata nei miei ricordi.
Mi sembra di toccare un testo eretico e profondamente sbagliato. Eppure non mi brucio. Non mi brucia le mani. Forse dopo trent’anni posso relazionarmi al mito di Goldrake (ero tanto esaltato che i bambini che preferivano Mazinga mi facevano pena, era un po’ come se fossero sandoriani).
Actarus è immaginato dall’autore alcolizzato di Peroni (è scritto nella quarta di copertina, quindi non svelo un particolare). Riesco a leggere una pagina a caso in piedi davanti allo scaffale (Feltrinelli ha abbassato un poco, a parere mio, il riscaldamento della libreria che la precedente gestione invece manteneva a manetta d’inverno e questo lasciava non più di dieci minuti di autonomia tra gli scaffali ai clienti che patiscono il caldo come me). Mi diverto. Forse è proprio vero che sono riuscito a scardinare dal piedistallo uno dei miei miti di quand’ero bambino.
Per farla breve: l’ho comprato e sono già a metà. Lettura entusiasmante, divertente e intelligente.

Inutile dire che mi è rimasto il desiderio di bermi una birretta. Ma con l’umore lepegoso(*) di questi giorni, sarebbe meglio lo facessi in solitudine per non ammorbare l’eventuale compagnia con le mie menate. E una “birretta” si dovrebbe invece bere soltanto se in compagia in certi giorni rognosi per non ammorbare se stessi.

Concludendo (a proposito di quand’ero bambino, di alcolici e televisione, a me viene sempre in mente una certa marca di grappa ogni qualvolta sento “concludendo…” ricordando un vecchissimo spot pubblicitario)… Ieri la mia amata sposa ha mantenuto un certo contegno un poco distaccato e comunque partecipativo. In serata persino si è lasciata un po’ andare preferendo me a uno dei televisori e quindi non posso frignare. Però siamo ancora come sospesi sopra un colle tra una pianura della abitudinarietà e una linea costiera del chiarimento. Comunque sono sulla giusta via, almeno così credo, perché continuo a ripetermi il verso di una vecchia canzone (Sunshine Reggae) “don’t worry, don’t hurry, take it easy” (e questo pur senza l’ausilio di una birretta). Questa sera c’è una fiction che le piace (“questa è la mia terra” o qualcosa di simile) e quindi non ho speranza alcuna di dialogare o fare (o tutte e due). Ma per rimediare ho qualcosa da leggere.

*lepegoso: umido e/o viscido (non presente nel De Mauro :D)

gattostanco @ 12:39 - Commenti (0)

4 febbraio 2008

Certi giorni penso che dovrei lasciarla proprio perch

Alle volte penso di non essere fatto per vivere con una donna. Figuriamoci una moglie.

Questa mattina ho fatto incavolare alla grande mia moglie.
Non spiego l’accaduto per due semplici ragioni.
La prima è che si tratterebbe di un racconto di parte dal quale probabilmente tenterei di far trasparire i miei onesti sentimenti e la mia totale incolpevolezza.
La seconda ragione, la principale dopotutto, è che non ho la minima idea di cosa è accaduto e cosa ho fatto di così grave da farla incavolare (è molto difficile che lei mostri apertamente le sue incavolature, preferendo rimuginarci sopra).

Dopo un vivace scambio di vedute (le sue non mi ricordo a proposito di cosa, mentre le mie a proposito del suo dio che le permette di strarompermi i maroni appena sveglio) e dopo la mia razione mattutina di caffeina solubile e carezzine al gatto, mi sono calmato e le ho chiesto chiarimenti attraverso un dialogo più umano e paritetico (appena sveglio sono di solito socievole come un gatto in calore). Per tutta risposta ho avuto il saggio consiglio di riflettere sulle mie parole prima di pronunciarle e una rabbiosa sbattuta di porta di casa.

Mia moglie mai si incavola e mai sbatte mai le porte. …E io non mi ricordo neppure come sono riuscito a farle fare tutto questo. Che stupido.

Perdo i colpi. Invece di migliorare, peggioro.

Domani compio trentotto anni e per regalo ho ricevuto dal destino o da Chiunque Sia l’ennesima conferma di essere una me*da d’uomo. Forse dovrei divorziare e farmi frate (simulare la Fede mi sembra più semplice del cercare sempre e comunque la reciproca comprensione). Per lei, più che per me. Fatico sempre più a “capirla” (non è possibile capire una donna, in realtà), a seguirla, a farmi dare retta, a vivere un rapporto intenso, a sconfiggere l’abitudinarietà e a difendere le mie piccole intoccabili abitudini e/o fissazioni (anche lei ha le sue).
La prossima estate dovremmo festeggiare i dieci anni di coabitazione (tra convivenza e matrimonio). Inizio a pensare che forse non saremo così felici di festeggiarli.

Conosco coppie apparentemente meravigliose che litigano quotidianamente riguardo a ogni piccola belinata. …Ecco non dico sia sbagliato, ma a me non piace (troppo stancante). Detesto litigare. Soprattutto detesto litigare e non sapere neppure a proposito di cosa. Mi blocca l’esistenza e mi ritrovo a digitare cag*te.

gattostanco @ 12:02 - Commenti (0)

Certi giorni penso che dovrei lasciarla proprio perch

Alle volte penso di non essere fatto per vivere con una donna. Figuriamoci una moglie.

Questa mattina ho fatto incavolare alla grande mia moglie.
Non spiego l’accaduto per due semplici ragioni.
La prima è che si tratterebbe di un racconto di parte dal quale probabilmente tenterei di far trasparire i miei onesti sentimenti e la mia totale incolpevolezza.
La seconda ragione, la principale dopotutto, è che non ho la minima idea di cosa è accaduto e cosa ho fatto di così grave da farla incavolare (è molto difficile che lei mostri apertamente le sue incavolature, preferendo rimuginarci sopra).

Dopo un vivace scambio di vedute (le sue non mi ricordo a proposito di cosa, mentre le mie a proposito del suo dio che le permette di strarompermi i maroni appena sveglio) e dopo la mia razione mattutina di caffeina solubile e carezzine al gatto, mi sono calmato e le ho chiesto chiarimenti attraverso un dialogo più umano e paritetico (appena sveglio sono di solito socievole come un gatto in calore). Per tutta risposta ho avuto il saggio consiglio di riflettere sulle mie parole prima di pronunciarle e una rabbiosa sbattuta di porta di casa.

Mia moglie mai si incavola e mai sbatte mai le porte. …E io non mi ricordo neppure come sono riuscito a farle fare tutto questo. Che stupido.

Perdo i colpi. Invece di migliorare, peggioro.

Domani compio trentotto anni e per regalo ho ricevuto dal destino o da Chiunque Sia l’ennesima conferma di essere una me*da d’uomo. Forse dovrei divorziare e farmi frate (simulare la Fede mi sembra più semplice del cercare sempre e comunque la reciproca comprensione). Per lei, più che per me. Fatico sempre più a “capirla” (non è possibile capire una donna, in realtà), a seguirla, a farmi dare retta, a vivere un rapporto intenso, a sconfiggere l’abitudinarietà e a difendere le mie piccole intoccabili abitudini e/o fissazioni (anche lei ha le sue).
La prossima estate dovremmo festeggiare i dieci anni di coabitazione (tra convivenza e matrimonio). Inizio a pensare che forse non saremo così felici di festeggiarli.

Conosco coppie apparentemente meravigliose che litigano quotidianamente riguardo a ogni piccola belinata. …Ecco non dico sia sbagliato, ma a me non piace (troppo stancante). Detesto litigare. Soprattutto detesto litigare e non sapere neppure a proposito di cosa. Mi blocca l’esistenza e mi ritrovo a digitare cag*te.

gattostanco @ 12:02 - Commenti (21)

15 gennaio 2008

Per battere un colpo

Avevo scritto un post farcito di fatti miei.
Fatti nostri, miei e di mia moglie.
Un post buttato di getto e riuscito tutto sballato e troppo “intimo”.
Salvo da esso soltanto “adolescente pigro” e “vecchia cariatide”.
Le cose fra noi dovrebbero migliorare. Non solo le ho parlato francamente e senza mezzi termini (e con esempi pratici, nel senso letterale del termine), ma in settimana le regalerò un orrendo vaso dopo una cenetta fuori (suo compleanno, “l’ennesimo” eheheh). Visto che essere un bravo maritino non basta più (!!!), torno ai vecchi inossidabili sistemi per riconquistare una sua certa disponibilità che abbia una qualche continuità nel tempo (per riprendere un commento al post precedente: il carcerato cerca di ammansire la carceriera, sforzandosi di vincere l’abitudinaria pigrizia di ritenere l’ora d’aria in sua compagnia un privilegio oramai acquisito e inalienabile -e comunque da tempo centellinato-).

…ringrazio dei commenti al post precedente.
Non ho molta voglia di digitare. Ultimamente ho in testa soltanto una possibile prospettiva professionale (sulla quale taccio per scaramanzia) e la mia adorata (sulla quale taccio per pudore). E tutto il resto è noia da telegiornali dedicati ai merli o menate da lettore o personalissime rivisitazioni musicali ottanta novanta (tutta fuffa inutile, in fin dei conti). …Mia suocera a Natale mi ha regalato una bottiglia di grappa: che abbia intuito qualcosa e a suo modo abbia voluto suggerirmi un rimedio? (domanda retorica scherzosa)

gattostanco @ 10:44 - Commenti (0)

9 dicembre 2007

Megapost: per smuovere il blog

Premessa
La prima parte tratta dei fatti miei. La seconda di qualche libro. Il tutto digitato un po’ a caso, senza cura. Sono convinto non valga il tempo neppure di farlo scorrere -in fondo ad esso, però, il visitatore abituale che s’interessa di fantascienza troverà un paio di link che potrebbe considerare interessanti-.
Il seguente post l’ho buttato a video per riprendere il blog. Per smuoverlo un poco dalla sospensione.
Devo ancora aprire la posta degli ultimi giorni, anch’essa sospesa.
Sono ancora fuori allineamento con l’universo. Ancora sospeso.

Domenica a casa da solo col gatto.
Niente pranzo domenicale dalla suocera. Sorridendo, senza discussioni.
Ancora prematuro dire se la nostra situazione sia meglio o peggio. In evoluzione. O forse neppure in evoluzione. Ho solamente accantonato la dieta, come unico evidente risultato apprezzabile.
Ero ancora un poco incerto se la crisi di mia moglie fosse in realtà mia (anch’io sono in crisi, certo, ma si tratta di una crisi di riflesso alla sua). Poi una delle scorse mattine è tornata dalla parrucchiera con una bella testa (tanto che mi sono subito prodigato in complimentazioni vere e sentite) fuori e una testa malconcia (tanto da sembrarmi d’essere riuscita a stento a sottrarsi a qualche evento traumatico) dentro. Poi ha sbottato. Dalla sua descrizione la parrucchiera è diventata una perfida Sith maestra del lato oscuro che le aveva marchiato i capelli col colore del disonore e della sconfitta: inaccettabile. Io da semplice apprendista Jedi mi sono trovato nella condizione di arginare gli sbandamenti della Forza dentro la mia maestra in preda a una estroflessione d’isterismo acuto da tinta sbagliata. La prima volta che la vedevo in quello stato per una faccenda del genere. Per un minuto era una bimbetta capricciosa e per il minuto seguente era una arpia pronta alla vendetta. Una mezzoretta proprio complicata. Poi siamo andati da un’altra parrucchiera e io l’ho aspettata fuori per precauzione (saperla al volante in quello stato era impensabile) cullandomi in uno spropositato smarronamento annoiato. Poi l’ho trascinata in uno store di quella catena d’abbigliamento spagnola che vende principalmente, se non erro, prodotti fatti in Cina (sperando non siano tossici come i giocattoli). Con la nuova tinta e un paio di golfini si è infine calmata. Ha comprato persino un vestitino (orrendo, ma le ho detto che era meraviglioso) e ha finalmente sorriso.
Il mio parrucchiere mi taglia i capelli come vuole (e come può, costretto tra pessima materia prima, un paio di rose che spingono i capelli dove vogliono e una mia radicata incapacità a pettinarmi). L’unica persona che posssa toccarmi la testa senza che abbia un moto di fastidio, anzi mi rilassa. E mi ascolta. Mi ha spiegato infatti che alla scuola per parrucchieri insegnavano un po’ di psicologia spicciola. Non vedo l’ora di andare in settimana a farmi tagliare i capelli per parlargli delle mie problematiche coniugali. Peccato non possa portare a casa il calendario con le donnine (sempre un ottimo belvedere sono i suoi, anche se non sceglie personalmente le foto), mentre dovrè accontentarmi di quello per famiglie che quest’anno (ho visto il modello di prova) è simil-cinese (tipo quelle raffigurazioni impresse su listelle di legnetto da appendere alle pareti che andavano di moda negli anni ’70 e che anch’io mi ricordo in casa proprio accanto alla ‘vacca iuvent*na’ -così buonanima di mio padre chiamava la pelle bianconera acquistata da mia madre e che per qualche tempo bivaccè in sala prima di essere nuovamente sostituita da un tappeto-). Gli compro spesso fialette e robe varie (qualche volta persino le adopero): se pago per la sua opera di simpatico tagliacapelli, reputo doveroso ricompensarlo per la sua funzione di serio strizzacervelli.

Ho comprato qualche libro.
Volevo evitare di leggere in questo periodo, ma come potrei rimandare una simile costante tentazione?

Nero Wolfe contro l’Fbi non l’avevo ancora letto. Io adoro quel personaggio. Riesco a mantenerlo vivo senza abbuffarmi di tutti i suoi casi in poco tempo. La vecchia serie televisiva, non mi stancherò facilmente di ripeterlo, non ha nulla a che vedere coi romanzi ai quali s’ispira, a mio parere. Fortunatamente è da tempo che non mi capita di vederla ritrasmessa.

Restando in tema televisivo, ho preso anche un romanzo per leggere un caso del commissario Soneri. Ho visto un paio di episodi della precedente serie di Nebbie e Delitti e li avevo moderatamente graditi più che altro perché ambientati in luoghi e climi diversi dalle solite regioni che normalmente ospitano le produzioni televisive nazionali (anche se chissà perché le parlate napoletane o romane, tanto per fare un esempio, vengono riprodotte in tv, mentre quelle del nord mai. Ricordo Vento di Ponente dove i genovesi parlavano tutti un perfetto e asettico italiano standard senza alcuna inflessione. Ridicolo).
A mia moglie piace anche anche la seconda serie in onda in questo periodo. E allora incuriosito mi sono deciso a leggere almeno uno dei romanzi ai quali si ispira.

A proposito di Genova, ho regalato alla gattoconsorte Mi sono perso a Genova. Una sorta di poetica guida fotografica alla città con intermezzi scritti (o viceversa, dipende dal punto di vista). L’ha sfogliato mezzo minuto per dimenticarsene in giornata. Invece io penso l’apprezzerò: ho trovato gustoso il riferimento soffuso al mitico maniman genovese all’inizio di un capitoletto.

Ieri sera ho finito Gli umoni vuoti, l’Urania di dicembre. Un po’ palloso, penso più per totale difetto mio che del libro stesso. Portato avanti sopra due binari paralleli ho smesso presto di seguirne uno saltando i capitoletti ad esso dedicati. Forse ho scelto il binario sbagliato (nell’altro c’erano formule matematiche e un vago argomento d’amore e allora ho scelto quello che apparentemente mi sembrava piè d’azione e distraente dai miei pensieri amorosi). Il telepate del romanzo viene assalito continuamente e dolorosamente dai pensieri altrui (un classico della telepatia fantascientifica) e l’autore ne riporta un sacco di occasionali creando tante microstorie in prospettiva, tralasciando di creare in modo completo il proprio personaggio (questa è la mia sensazione, profondamente viziata dal fatto di aver saltato nella pratica quasi metà romanzo -che modo stupido di leggere, dovrei vergognarmene-), mentre l’azione si svolge con salti inverosimili e sfibranti per me che leggevo. Forse un giorno rileggerò il tutto con l’aggiunta della metà evitata.
A volte quando non si ha testa converrebbe rimandare una cosa piuttosto di farla partendo senza l’umore adatto e rovinarla.

Ho comperato anche la Luce di Orione. Non sono un fan di Eymerich, personaggio intrigante e ben costruito amato da molti, ma la curiosità ha prevalso nel voler leggere anche questa storia nei prossimi giorni. Di Evangelisti preferisco la fantascienza, più che la fantareligione.
Ero a Tortona per computer (da Pavia parto e vado ancor più lontano per andare a farmi tagliare i capelli, quindi non appaia insolito all’occasionale visitatore che vada oltre regione per ragioni informatiche) e sono entrato in una libreria per caso, per fare passare un po’ di tempo che dovevo fare passare. Libreria Mondadori. Non mi ricordavo ce ne fosse una in centro (o da qualsiasi altra parte), ma la mia memoria conta nulla (per dire ho parcheggiato dove un tempo c’era la stazione delle corriere e mi sono reso conto della cosa soltanto nell’allontanarmi dall’auto).
In coda per pagare ho sentito quello che mi è parso il capo della libreria (quanto sono ancora librai i rivenditori di libri?) dire di essere appassionato di tutto quel che è nipponico. Ha descritto, da quel che ho capito, persino alcuni momenti di un suo viaggio in Giappone. Poi da qualche parte è spuntata una ragazza visibilmente stanca (o così a me è sembrata) inconsapevole che mi stavo gustando la conversazione e mi ha fatto pagare. Anche il libraio mi salutato mentre uscivo.
Tortona mi diviene aliena ogni anno di più. E inizia a piacermi, nonostante le assurde e pericolosissime (a mio parere di automobilista e non di esperto del settore) rotonde/rotatorie stradali. In un altro negozio in piedi a guardare fuori dalla vetrina (adoro guardare fuori attraverso la vetrina dei negozi: mi sembra molto più divertente del guardare dentro stando fuori) ho visto passare un blogger scrittore locale, superlativo da sempre. Sono rimasto impassibile. Mi ha visto. Mi ha riconosciuto, credo. Ha proseguito. Dopo due secondi è ricomparso facendo capolino (mi ha ricordato Jerry che si sporge dalla sua tana per osservare le mosse di Tom), quasi volesse accertarsi della solidità del suo primo fuggente riconoscimento. Poi si è ritratto e non l’ho più visto.

Sezione P-Quadro, l’Urania di Novembre. La fantascienza italiana mi piace. Sarò campanilista, lo ammetto, ma mi piace. Il romanzo, di Giovanni De Matteo, l’ho trovato per caso in una edicola fuorimano davanti alla quale passo raramente. Ero convinto oramai di essermelo perso. Di aver perso un’occasione. E invece no.
L’ho trovato non troppo cyberpunk da risultare estremo o monotono, per nulla forzatamente napoletano (la storia è ambientata a Napoli e dalle mie parti si tende a considerare tutto quel che è di quelle parti come fosse in Bellavista style) e non troppo poliziesco. Equilibrato e completo. E le citazioni e gli ossequi ad altri autori sono integrati e soavi (citare senza appesantire è un’arte).
Ho iniziato a leggerlo con una certa dose di quel distacco proprio del lettore superficiale a cui piacerebbe saper scrivere e che si chiede cosa mai sarè scaturito di meritevole dalla mente e dalle dita di un promettente giovane (una decina d’anni in meno di me) scrittore italiano (atteggiamento che normalmente non si istaura se lo scrittore di fantascienza è straniero, chissà poi perché -e anche lo sapessi mi sentirei sciocco ad ammetterlo-). Quando l’ho finito, soddisfatto e compiaciuto come potrei esserlo dopo una pantagruelica cena in buona e variegata compagnia, mi è venuta voglia di appuntarlo tra le buone letture che varrà un giorno il piacere rileggere (chissà quanti sapori non ho colto, dato che mi sono un po’ abbuffato invece di gustare ogni singolo boccone -il romanzo ne è ricchissimo, sia di sapori e sia di bocconi-). Rileggere… quel che ho di Gibson, tanto per rimanere in tema cyber, l’ho già riletto almeno una volta. Non è affatto una perdita di tempo rileggere.
In queste occasioni mi rammarico della brevità della vita di un Urania. Un mese e viene sostituito dal seguente negli espositori delle edicole (nota a margine: nell’edicola interna, non quella all’ingresso principale, del Bennet di Pavia l’Urania, quando c’è -ne ho visto al massimo una copia per volta-, viene inspiegabilmente mischiato ai fumetti per bambini). Me ne rammarico pensando che varrebbe la pena digitare dei post al riguardo, mi divertirei. E invece il libro spesso è già verso il limite estremo della sua vita quando vorrei… e allora mi prende la pigrizia (ben altra faccenda della stanchezza).
Nota al visitatore occasionale che non ha mai letto un Urania: per ovvie ragioni di mercato, l’ultima di copertina che racconta sommicapi di cosa tratta il libro è tratteggiate particolarmente in maniera acchiappagonzi (detto col massimo rispetto per la collana e per i suoi lettori), quindi suggerisco caldamente -secondo il mio sindacabilissimo parere- di leggerla mai prima di leggere il libro. A volte, prima di intestardirmi a seguire questo metodo di acquisto, mi capitava di aspettarmi cose che in realtà erano assai diverse nel romanzo. Per avvicinarsi all’universo della letteratura senza limiti suggerisco un moderato investimento di una decina di euro (due Urania e avanzano anche i soldi per due caffè per iniziare a sfogliarli subito). La fantascienza è ben viva anche fuori dagli universi di Urania, ma non altrettanto facile ed estemporanea per compiere un tentativo e lasciarsi prendere dalla curiosità con poca spesa (dandole sempre una seconda posibilità, per questo suggerisco ‘due’, ché la prima potrebbe non essere di gradimento e di solito le pubblicazioni ravvicinate sono diversificate nel genere e nello stile per soddisfare un po’ tutti i palati. Se poi capitano due romanzi che fan schifo, non me se ne dia la colpa. Capita: si tratta di letteratura, mica dei risotti di mia moglie -perfetti per definizione e per una buona dose di dogmatismo permeabile alle libere opinioni, se acritiche-).
L’autore blogga da anni. Non l’ho mai seguito. Qualche puntatina, però casuale (lo ammetto, sono connettivista a mio modo ih ih ih) (…’connettivista’? …intendo nel senso di connettivismo del quale l’autore è, cito la mini biografia uranica, tra i principali animatori e fondatori).

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